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Recensioni Libri
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Alessandro Bencistà,
L’OTTAVA CONTINUA Contrasti dilettevoli e varie storie in rima fra
cavalieri e senatori, padani e romani, socere e generi ecc. ecc. in
lingua volgare fiorentina, FirenzeLibri S.r.l.
Reggello (Fi) 2010 Euro 12,50
Questa
raccolta di rime occasionali dal contenuto giocoso, riunisce il
nostro modesto contributo alla storia del contrasto poetico; il
sottotitolo varie storie lo prendiamo da uno dei nostri più
frequentati poeti popolari: Antonio Pucci, l’inventore del contrasto
in ottava rima, il poeta campanaio a cui dobbiamo la grande
diffusione che quel metro ebbe dalla metà del Trecento fino ai
bernescanti del nostro secolo (Ceccherini, Piccardi, Logli ecc.). A
loro e a tutti gli altri che abbiamo conosciuto e frequentato, il
nostro doveroso inchino e il ringraziamento per averci condotto per
mano fino ad oggi, permettendoci di imparare e assimilare il modulo
e lo spirito della poesia estemporanea e alla fine di restituire
valore, oltre che conservare quasi interamente, non solo quella
cultura dell’oralità che era sul punto di scomparire, ma anche
quell’italum acetum che ha sempre pervaso la poesia
giocosa toscana. Abbiamo fatto tesoro di quella tradizione popolare
antica e, anche se non improvvisiamo, ci dilettiamo di lavorare ogni
volta che capita l’occasione con l’endecasillabo e con l’ottava, che
riempiamo di citazioni antiche colte e popolari, alla loro maniera.
Del resto nell’uso di questo metro ci avevano preceduto sommi poeti
che ricordiamo con religiosa deferenza: da Giacomo Leopardi a
Niccolò Tommaseo, da Giuseppe Giusti a Ferdinando Paolieri; le loro
scorribande nel campo dell’ottava ci sembrano una bene appropriata
attenuante per giustificare il nostro ardire poetico. E ci piace
affermare, come ha suggerito l’amico Giovanni Kezich, che
l’ottava continua, nonostante i grandi fratelli e i talk show,
gli sberci insulsi di certi cantori contemporanei, i fragori
assordanti delle buie arene notturne.
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Alessandro Fornari, VOCE
VIVA, Canzoni, stornelli, proverbi, riti e feste di popolo. La
tradizione educante - di Collana "Le vie della storia", Le
Lettere, Firenze gennaio 2010 - €. 20,00
Questo volume è l'ultimo lavoro che
Alessandro Fornari ci ha lasciato; licenziato dall'editore Le
Lettere pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta il 10
gennaio. Lo presentiamo ai nostri lettori come il suo estremo atto
d'amore verso quel mondo delle tradizioni popolari toscane che da
oltre mezzo secolo Alessandro ha studiato e indagato con passione e
competenza non comuni. "Cinquanta anni di ricerche permettono di
presentare in modo nuovo le canzoni, gli stornelli, i proverbi e i
riti agrari del Maggio e del ciclo del grano, scegliendo fra i più
belli e significativi giunti sino a noi. Sono voci che ad ogni
passaggio si rinnovano, dimostrando quanto sia tenace e attuale, per
qualsiasi popolo, l'impronta tradizionale. Questa ricerca, grazie a
confronti e analisi di nuovo conio, si è sviluppata nei corsi di
aggiornamento per insegnanti e nei seminari universitari, che
Fornari svolge da anni, mostrando che la traduzione educante offre
agli insegnanti un inquadramento nuovo e qualificato. Di tutto ciò è
testimone questo libro, che si muove fra tradizioni - allegre o
serie - sempre vivaci e intriganti... Le tradizioni, quando non
siano un mero trattenimento, fanno parte di un processo educativo e
trasmettono all'interno delle comunità, norme, valori, linee di
contrasto e tendenze innovative, che ho accertato secondo crit
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L GASTIGAMATTI, di
Giulio Svetoni - COMMEDIA FIORENTINA n. 28,
Collana diretta da A.Bencistà
- FirenzeLibri ed. Reggello 2009,
€.5,90 .
Nelle
librerie Chiari, Piazza Salvemini e Libreria de' Servi in via dei
Servi Firenze Questo autore, non molto considerato
dalla stampa e dagli storici del teatro in vernacolo, ha scritto
quel piccolo capolavoro ispirato alla Bisbetica domata di
Shakespeare che è Il Castigamatti, una deliziosa commedia che
ancora oggi si può inserire fra le più amate e rappresentate dalle
compagnie amatoriali toscane. Ispirata a Shakespeare, come scriveva
Adolfo Orvieto nella sua prefazione; per fugare ogni dubbio che
qualche critico avrebbe potuto avere circa una “piatta imitazione o,
persino, della contaminazione sacrilega”. E la parola “ispirazione”
serve ad escludere il rifacimento meschino, la riduzione “per altre
scene”, non che, s’intende il peggio di tutto, che è il plagio.
C' è bisogno di dimostrare l'originalità del “Castigamatti”? La sua
essenza schiettamente e profondamente fiorentina che dà a queste
scene una vita tutta propria; anima, e non vernice?”
La commedia fu rappresentata per la prima volta al Teatro
Argentina di Roma nel maggio del 1925 dalla Compagnia di Garibalda
Niccòli e fu replicata per 14 sere consecutive. Nel presentarlo
all’inizio del terzo anno delle pubblicazioni (gennaio 1929) la
redazione della rivista La commedia fiorentina si sbilancia:
“Con la pubblicazione de Il Castigamatti, che è a giudizio del
pubblico e della critica la commedia fiorentina comica più bella,
più completa, più divertente che sia stata scritta per il Teatro
fiorentino dopo la mirabile Acqua cheta del compianto Augusto
Novelli, si apre bene questo nuovo periodo di vita della Commedia
Fiorentina, la quale arricchita dai magnifici disegni di Piero
Bernardini, dirà al lettore più d’ogni altra parola, che ogni nostra
energia è tesa, per far sì che la nostra rivista continui ad avere
il favore che fino ad oggi ha incontrato e che è per i nostri
sacrifici la massima ricompensa.” Ma questo del ’29 fu l’unico
contributo del grande pittore e illustratore fiorentino (anche lui
poco considerato) che in seguito si limitò a fornire la grafica di
copertina.
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CANAPONE,
di A. Novelli - COMMEDIA FIORENTINA n. 27,
Collana diretta da A.Bencistà
- FirenzeLibri ed. Reggello 2009, Volume
doppio; €.
7,90
La nuova
commedia, Canapone, debuttò al teatro Alfieri nel febbraio
del 1914; quattro atti sulla fine del Granducato di Toscana nei mesi
che precedono la partenza da Firenze della famiglia granducale il 27
aprile del 1859. La storia è incentrata sulla figura di Leopoldo II,
chiamato dai fiorentini Canapone per il colore biondastro dei suoi
capelli. La commedia dovette registrare un inatteso insuccesso, sia
di pubblico che di critica. Scrive Jarro che l’unico apprezzamento
del pubblico venne nel quarto atto per merito di Raffaello Niccòli
che interpretò la parte del soldato livornese, che piacque per le
sue battute salaci ed anche per quel vernacolo labronico, sia pure
grezzo e approssimativo, che l’autore gli mette in bocca; da
segnalare la rinuncia dell’utilizzazione della lingua vernacola
fiorentina, arte in cui l’autore è maestro. L’opera comunque
restò in cartellone per trenta sere, Bucciolini si domanda se
avrebbe resistito tanto se si fosse trattato di un altro autore. Il
lavoro cuce insieme alcuni “aneddoti da anticamera”, pettegoli e in
genere di dubbio gusto, che ci presentano “un Leopoldo II
intimo, a tu per tu con servi e cameriere” che offuscano e mettono
quasi in ridicolo la figura dell’ultimo Granduca, senza minimamente
avvicinarsi alla gustosa satira che ne aveva fatto Giuseppe Giusti
nel suo Re Travicello. La corte granducale, a differenza
dell’ambiente cittadino, è estranea all’autore, più che in una corte
sembra di essere all’osteria, dove servi e giardinieri, segretari e
ministri si incrociano come se si trattasse di governare una cavalla
invece che uno degli stati più moderni ed emancipati d’Europa.
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IL LIBRO DELLE PAURE,
di Carlo Lapucci,
sarnus, Firenze 2009 €. 15
Nuova edizione de
Il libro delle paure uscito nel 1988. Si tratta di racconti
che fanno parte della tradizione orale toscana e completa una
trilogia di cui fanno parte anche i due volumi Fiabe toscane di
maghi, fate, animali, diavoli e giganti, usciti nel 2008 per la
stessa editrice sarnus. “Carlo Lapucci attinge ora al repertorio che
in Toscana costituiva la “veglia dei grandi”. Le fiabe vere e
proprie erano infatti riservate alla prima parte, cui assistevano
anche i bambini; finito il vino dolce e le castagne i ragazzi
andavano a letto e allora si cominciava la veglia delle paure,
storie nate per mettere addosso i brividi, come oggi abbiamo i
gialli o il film dell’orrore. Le situazioni, le figure erano
diverse, ma se qualcuno ha l’abilità di grattare un po’ la vernice,
sotto molte storie nuove ritroverà gli schemi e la materia di quelle
vecchie. La tematica vera è sempre l’ignoto… l’apparizione di uno
spettro, le imprese del Lupo Mannaro o dei Tempestari, le visite
delle Anime del Purgatorio, le malìe delle Streghe, i balli delle
Fate … |
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Alessandro Bencistà
LA COMMEDIA FIORENTINA IN VERNACOLO
I teatri e i principali autori dalle
origini a oggi
Sarnus ed. Firenze 2008 €.
14,00
Questa breve
storia della commedia fiorentina in vernacolo, genere che in un
passato non troppo remoto ha goduto d'enorme popolarità anche oltre
la cerchia delle mura fiorentine, nasce anzitutto dall'esigenza di
non far dimenticare una lingua antica e illustre: quel volgare
trecentesco che Ferdinando Paolieri evoca nell'introduzione a I’
Pateracchio, ancora rintracciabile nella parlata quotidiana delle
genti del contado. In più, grazie soprattutto ad Augusto Novelli, il
più celebre d'una nutrita schiera di drammaturghi, la commedia
vernacolare ci tramanda l'immagine nostalgica d'una Firenze popolata
d'artigiani e bottegai, mamme e fidanzate, coi loro piccoli,
quotidiani drammi domestici. Oggi quella città, quel mondo e quella
gente non esistono quasi più, scomparsi come molti teatri popolari
un tempo gremiti di pubblico. Con questo lavoro ci auguriamo
d'offrire uno stimolo a mantenere viva una tradizione che ci
ostiniamo ancora a frequentare, restituendo alla memoria, accanto ai
nomi più celebri, quelli d'autori oggi quasi dimenticati, come Nando
Vitali, Giulio Svetoni, Ugo Palmerini, Giuseppina Viti Pierazzuoli,
Virgilio Faini e molti altri. |
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I
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L COMUNE DEL GALLUZZO
di G.Carocci
Ristampa anastatica dell’edizione 1892, Semper
ed. Firenze 2008, €. 12
Siamo alla fine dell’Ottocento, epoca in cui si
avvertiva molto più di oggi il bisogno di conservare e trasmettere
le memorie storiche delle nostre comunità.
Fu Guido Carocci, Ispettore per le Antichità e
le Belle Arti della Toscana, che nei suoi viaggi in tutta la
regione raccolse un copioso materiale (40.000 schede) che fu poi
utilizzato per la compilazione del Catalogo delle opere d’arte della
Toscana, poi confluito nelle sue moltissime pubblicazioni
divulgative, le antenate delle moderne guide turistiche, che furono
accolte con entusiasmo dai fiorentini dell’epoca.
Già nel 1875 il Carocci, osservando “l’opera
troppo limitata ed incompleta del Canonico Moreni, comparsa nel
1791”, aveva pubblicato un primo volume che illustrava la storia e
l’arte delle campagne, popolate di paesi, chiese e ville che fanno
da corona a Firenze: I dintorni di Firenze, un’edizione
fortunata che venne ampliata nel 1881e fu stampata in quattro
edizioni successive, ancora riedite fra il 1906 e il 1907 in due
volumi che costituiscono ancora oggi una fonte di informazione non
solo storica e artistica, fondamentale per lo studio e la conoscenza
del paesaggio, dello sviluppo urbanistico e delle opere d’arte
maggiori e minori della città e dei suoi dintorni.
Nel 1892 uscì la monografia del Comune di
San Casciano, cui seguì pochi mesi dopo quella dedicata al
Comune del Galluzzo che poco tempo dopo sarà cancellato per far
posto al Comune di Firenze sempre alla ricerca di nuovi spazi per la
crescita della città.
Il volume era dedicato al Sindaco del Galluzzo,
Cav. Guido Francesco Rossi, ed oltre alle notizie di carattere
generale, come gli antichi statuti, i servizi pubblici, i mercati e
le fiere del capoluogo, si sofferma anche con essenziali schede sui
centri minori del comune, i popoli e le chiese, i monasteri, le
cappelle, i tabernacoli, castelli, ospedali fino a descrivere
dettagliatamente le ville e case principali; il libro è ancora una
fonte preziosa per gli studi sul paesaggio, sulla toponomastica e
sul catasto che anticipano di decenni le pubblicazioni
contemporanee.
Oggi alcune di queste preziose guide si trovano
non certo a prezzi popolari solo nelle librerie antiquarie, ben
vengano dunque le ristampe anastatiche come questa delle Semper che
aiutano a conoscere e riscoprire quello che la storia ci ha lasciato
in eredità e che abbiamo il dovere di trasmettere a chi verrà dopo
di noi. (A.B.) |
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IN MAREMMA
di Ouida (Marie Louise de la Ramée)
Introduzione di Margherita Ciacci
SempeR ed. Firenze 2009, €. 23,00
Segnaliamo la ristampa dopo oltre un
secolo di questo suggestivo “romanzo popolare” della scrittrice
Ouida, una delle tante intellettuali inglesi che nella seconda metà
dell’Ottocento scelsero di trasferirsi in Toscana attirate dalla
bellezza della regione oltre che dalla grande cultura di una storia
millenaria che affiorava da ogni pietra, in città come nelle più
sperdute campagne.
Nell’ampia e precisa introduzione
Margherita Ciacci ci spiega il perché di questa riproposta, già ben
accolta nella prima edizione Treves (che fra gli abbonati del
Gabinetto Viesseux a Firenze registra in otto mesi 130 richieste di
lettura): “un racconto che ancora oggi affascina, se non altro per
la capacità evocativa di “uno sguardo straniero” che si posa su
ambienti fino ad allora scarsamente frequentati dalla narrativa
italiana e straniera”.
Uno stile scorrevole e coinvolgente che
sta fra il verismo non ancora sperimentato e il romanzo gotico che
tanto appassionava i lettori anglosassoni. Ne viene fuori
un’immagine autentica della Maremma della seconda metà
dell’Ottocento, con i suoi toponimi originali non ancora alterati da
assessori in vena di esibizioni celebrative (le buche delle fate, il
Capo Troia, il lago di Prile, il Sasso scritto), un paesaggio
primordiale e allo stesso tempo affascinante raccontato attraverso
la storia di una fanciulla che sboccia alla vita in luoghi che a
stento offrivano una sopravvivenza dignitosa, fra povertà, malattie
e stenti.
L’autrice mostra di aver bene utilizzato
non solo le fonti della narrativa di viaggio, ma anche i risultati
delle ricerche, “la moda delle etruscherie” che dal secolo
precedente avevano contribuito ad arricchire una bibliografia già di
per sé ampia, che si dispiega da Rutilio Namaziano a Emanuele
Repetti. Cui si aggiungono le cronache nere del brigantaggio in
quegli anni in piena espansione; come non riconoscere nel brigante
Saturnino, padre della fanciulla protagonista, il Domenichino
Tiburzi rivisitato da tanta letteratura novecentesca? Le date
tornano tutte: Ouida arriva in Toscana nel 1871, l’anno dopo Tiburzi
evade da carcere e comincia a far parlare di sé; dieci anni dopo
esce il romanzo. Ancora un’ analogia: tre anni dopo uscirà un’altra
stupenda documentazione (non un romanzo) di vita strappata alla
violenza di una natura selvaggia e matrigna, questa volta ambientata
nella montagna pistoiese: Beatrice Bugelli, la poetessa pastora, in
cui ritroviamo parecchi aspetti della narrazione di Ouida, è sempre
una donna la protagonista, sempre di cultura anglosassone l’autrice,
l’americana Francesca Alexander che sceglierà la Toscana come sua
patria, anche dopo la morte.
Proprio queste due donne, prima di
Fucini, prima di Tozzi, ci hanno lasciato alcune delle più belle
pagine di grande letteratura verista, addirittura negli anni in cui
il verismo incominciava a diffondersi in Italia (I malavoglia
esce nel 1881 ma fu una grosso fiasco si lamenta Verga)
Ci sono anche le testimonianze del canto
popolare, dal rispetto all’ottava rima improvvisata, che accomunano
le due opere:
Come volete faccia che non
pianga
Sapendo che da voi devo
partire?
E tu bello in Maremma
[maremma], ed io ‘n montagna
Questa [chesta] partenza mi
farà morire.
Questo rispetto (fra parentesi quadra le
differenze dall’originale) è riportato nei “Canti Popolari Toscani”
del Tommaseo che lo classifica di provenienza amiatina.
Non facciamo il riassunto di questo
romanzo, che i maremmani (ma non solo) leggeranno in un fiato,
nonostante le 570 pagine e qualche appesantimento erudito che nulla
tolgono allo sviluppo della narrazione. (A.B.)
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LE BUCHETTE
DEL VINO A FIRENZE
di Lidia Casini Brogelli
SempeR ed. Firenze 2004, €. 15,00
In un periodo
in cui a Firenze (e dintorni) si sta recuperando l’antica tradizione
di comperare il vino sfuso nelle botteghe, giunge a proposito
questo libro che documenta fin dal XIII secolo l’abitudine tutta
fiorentina di munirsi di fiasco o brocca ed andare nelle cantine per
rifornirsi della prelibata bevanda che, spillata di fresco, avrebbe
allietato le mense cittadine, dalle più ricche alle più umili.
Sparse in tutto il centro storico sopravvivono ancora le “buchette”
da cui il vino veniva venduto. Si tratta di piccoli elementi di
architettura civile presenti in molte delle dimore signorili e che
miracolosamente sono sfuggite alle ristrutturazioni di cui
attraverso i secoli hanno avuto bisogno gli edifici. Attraverso
quelle piccolissime aperture il nobile signore vendeva ai fiorentini
i prodotti delle sue terre e, a giudicare da quante se ne sono
conservate, questo piccolo commercio rendeva bene ed è stato attivo
fino all’epoca moderna.
L’autrice,
Lidia Casini Brogelli, è un’anziana signora, una “casalinga moglie
di medico” che nei periodi liberi da impegni domestici e munita di
macchina fotografica, ha percorso in lungo e in largo il centro
storico documentando le buchette del vino e insieme aggiungendo
interessanti osservazioni sui palazzi, fornendo precisi itinerari e
altre interessanti notizie che aggiungono un capitolo nuovo a quanto
già è stato scritto sulla città; e non è facile trovare in Firenze
qualcosa di originale da indagare.
Scrive nella
prefazione la signora Lidia: “L’attività del vinaio, cioè il
venditore di vino alla “Cella”, (lo spaccio di vino al minuto) alla
strada, ha animato la città per secoli, ed ha aiutato a conservare
lo spirito fiorentino, nonché le forze e la vitalità di molta gente
che lavorava, sia dalla parte di dentro, per il venditore, che
dalla parte di fuori, per il cliente e fruitore, che volentieri vi
si fermava e si ritemprava. Qualche volta anche troppo.” Questo bel
libro che ancora mancava alla storia delle tradizioni fiorentine è
stato pubblicato con una prefazione dello storico di Firenze Luciano
Artusi dalla SEMPER editrice che ormai sta diventando un punto di
riferimento nella pubblicazione di memorie storiche, artistiche e
musicali della Toscana. L’Azienda agricola CASTELLO DI AMA
gestita da Marco Pallanti ha scelto il volume per la strenna di
Natale 2004: “un libro che possieda un legame con la nostra regione
ed anche con il nostro Tempo”. Un’ultima notazione: il ristorante
Latini per l’occasione ha riaperto la sua buchetta, che si affaccia
sulla strada a fianco dell’ingresso ed ha offerto ai numerosi
convenuti un assaggio di vino, salsicce, fettunta e formaggio, una
scena d’altri tempi che speriamo si possa ancora ripetere.
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IL MAIALE DALL’ARISTA ALLO ZAMPONE
Con la versione integrale de
L’ECCELLENZA ET TRIONFO DEL PORCO di
Giulio Cesare Croce,
di Alessandro Bencistà
Edizioni POLISTAMPA, Firenze 2007, €.
12,00
Che cosa c’entra il maiale con l’ottava
rima? Oppure con l’arte del contado? Col teatro e la poesia in
vernacolo fiorentino? L’autore di solito si occupa di questi
argomenti ma ci è piaciuto subito il testo che ci veniva proposto,
un libro anomalo che giaceva almeno da una decina d’anni nel
cassetto e che va ad arricchire la nostra recente collana dedicata
al recupero delle tradizioni toscane. È questo sapore d’antico della
campagna toscana, sapore di terra e di prodotti ruspanti che ci ha
interessato, di poesia popolare e di storie veriste; una mescolanza
di temi che andrebbero proposti uno alla volta tanto vasta è la
materia; ma c’è il punto di convergenza che accomuna tale varietà ed
è lui, il protagonista, il divo: il maiale appunto. E divo significa
divino, come la dea Maia, la più bella delle sette Pleiadi, le
figlie del titano Atlante, che amata da Zeus generò Ermes. I romani
le consacrarono il mese di maggio, le sacrificavano dei suini che da
lei furono detti anche maiali.E del maiale c’è tutto: le razze, la
macellazione, i tagli, gli insaccati, le ricette più popolari, da
quelle del romano Apicio fino al Pagni di Greve, passando attraverso
Franco Sacchetti e Luigi Pulci. Ovviamente la tradizione fiorentina
prevale in quasi tutte le pagine, specialmente le variazioni sul
tema in poesia, quasi sempre giocosa, su cui si sono cimentati i
letterati della “piccola antologia porchesca” che è una delle parti
più godibili: Anton Francesco Grazzini, Domenico Somigli, Pirro
Giacchi; antologia chiusa da “Canituccia”, lo struggente racconto
verista di Matilde Serao. Ma Bencistà, che è un appassionato cultore
delle tradizioni, ha voluto chiudere il suo lavoro con un altro
gioiello della letteratura popolare: la versione integrale de “L’eccellenza
et trionfo del porco”, discorso piacevole di Giulio
Cesare Croce (il cantastorie bolognese conosciuto soprattutto per
“Le sottilissime astuzie di Bertoldo”); un testo pochissimo stampato
e quasi mai in edizioni popolari come questa.
Il libro fu pubblicato nel 1594 a
Ferrara. Si tratta di una gustosa e divertente opera, “discorso
piacevole” come scrive l’autore nel sottotitolo, in prosa e versi,
nella quale si imita con sottile e garbata ironia lo stile pedante e
retorico degli eruditi del tempo, con le loro accademie, le
disquisizioni ampollose sugli argomenti più strani e desueti che il
Marino sintetizzerà nel famoso verso “è del poeta il fin la
meraviglia”.
Il cantastorie bolognese utilizza al
meglio la tradizione popolare della poesia giocosa e carnascialesca
di area fiorentina che sicuramente aveva scavalcato l’Appennino; con
questo bagaglio culturale, che spazia dai cantàri ai poemi in ottava
rima, dalla novella dialettale alle storie dei canterini di piazza,
il Croce, nuovo Burchiello trapiantato in area bolognese, si diverte
a mettere in ridicolo con la sua satira quella erudizione che
incominciava a dilagare nella letteratura e che diventerà una delle
caratteristiche principali della cultura barocca. La sua cospicua
opera, divulgata nelle piazze e nei mercati in libretti e fogli
volanti, che dopo un paio di secoli Alessandro D’Ancona riunirà in
quella ben appropriata definizione di “letteratura muricciolaia”,
rimase circoscritta al pubblico popolare e il nostro è l’unico
autore di questo genere ad occupare un posto di certo rilievo nella
letteratura, anche se la sue pubblicazioni rimasero per due secoli
pressoché ignorate da parte dei letterati e soltanto nella seconda
metà del Novecento le più famose sono state riesumate e poi stampate
in edizione critica. Oggi il suo Bertoldo, che noi conoscevamo solo
nelle edizioni di letteratura infantile, figura nelle antologie
scolastiche accanto ai grandi autori. Concludiamo con un accenno
all’iconografia, che l’autore ha recuperato fotografando le vecchie
immagini devozionali, santini d’epoca e statuette votive, che una
volta erano appese in ogni stalla del contado fiorentino.
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L’AMBULANTE SCUOLA
poesia popolare ed estemporanea in
Toscana
di Alessandro Bencistà
Semper Ed. Firenze 2005 - €. 15,00
Questo lavoro raccoglie, opportunamente
rivisti e aggiornati, i corsi d'aggiornamento sulle tradizioni
popolari per insegnanti di scuola elementare e media. Gli incontri,
autorizzati del Provveditorato agli Studi di Firenze, furono tenuti
nei mesi di gennaio-febbraio 1997 presso la Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze, in seguito di Greve in Chianti e Lamporecchio.
L’argomento del primo corso fu: Il canto popolare e la poesia
estemporanea in ottava rima; del secondo “I
cantastorie toscani dell’Ottocento e del Novecento”.
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Abbiamo riproposto in
questa nostra antologia alcune delle più celebri opere del poeta e
cantastorie fiorentino Antonio Pucci, a cominciare dal giovanile
sirventese sulla grande inondazione di Firenze del 1333 causata
dallo straripamento dell’Arno, poi ricomposto in terzine dantesche
traducendo la Cronica di Giovanni Villani. Non manca il sirventese
sulle meraviglie del Mercato Vecchio, quello sulle belle donne di
Firenze e il contrasto delle donne in ottava rima, fra i primi
componimenti di quel genere destinati ad una grande fortuna.
Completano la raccolta la canzone della vecchiezza, il capitolo
morale contro i vizi e le usanze biasimevoli e i dodici sonetti
sull’arte del dire in rima. Non per riscoprire, ma per riportare
all’attenzione del lettore contemporaneo un autore e un’opera che ha
interessato e coinvolto una larga fascia di pubblico, che ha diffuso
capillarmente le sue storie ad un livello di penetrazione tale che
oggi chiameremmo di massa. Siamo consapevoli che i cantastorie non
esistono quasi più, che le storie di oggi si raccontano per immagini
e si diffondono via etere, che la poesia (popolare o colta) è ormai
un fenomeno in via d’estinzione che interessa pochi addetti ai
lavori; crediamo che anche il vecchio Giosuè Carducci, se potesse
riscrivere la conclusione del suo celebre sonetto dedicato a Dante,
prenderebbe atto che sono morti sia Giove che l’inno del poeta. Ma
noi continuiamo a preferire questi vecchi cantori, a leggere ancora
le loro storie lasciando ai contemporanei i grandi fratelli, le
isole dei famosi e gli emmepitre supercompressi. |
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L’ACQUA PURGATIVA di V. Camaiti
- LA VERGINE DEL LIPPI di A. Novelli - COMMEDIA FIORENTINA n. 26
Collana diretta da A.Bencistà -
FirenzeLibri ed. Reggello 2009 €. 4,90
L’acqua purgativa
. Venturino Camaiti (Fra’ Succhiello da Firenze) nasce a Firenze nel
1862 ed è conosciuto soprattutto per la sua cospicua produzione di
poesie in vernacolo fiorentino (una ventina di volumi), di cui è uno
dei più prolifici e autorevoli autori; a questa, che è la parte più
importante della sua attività letteraria, vanno aggiunti anche
alcuni di lavori teatrali scritti fra il 1884 e il 1886 (“Tutto
concilia amore” scene medievali di due atti in versi; “Una
scena a Chiatamone” dramma in un prologo e un atto; l’atto unico
“Manuel Menendez”, scene spagnole in un atto con prologo, da
una novella di Edmondo de Amicis).
Più anziano di Novelli di cinque anni, comincia però a dedicarsi
all’attività teatrale all’incirca nello stesso periodo (“Una sfida
ai bagni” di Novelli è del 1885). Risalgono al primo decennio del
Novecento anche le sue astiose polemiche col fondatore del teatro in
vernacolo fiorentino. Comunque un po’ di rivalità fra i due doveva
esserci, forse a causa del travolgente successo ottenuto da Novelli
dopo le applauditissime rappresentazioni de “L’acqua cheta”,
seguita nello stesso anno dall’atto unico “Acqua passata”;
l’invenzione del nuovo teatro in vernacolo fiorentino ebbe una
grande risonanza, non solo a Firenze; l’anno dopo Venturino uscì con
L’acqua purgativa, e il titolo dice tutto sulla competizione
a colpi di vernacolo fra i due, che fece parlare il critico de La
Nazione di ciclo delle acque. La commedia, che dopo il successo di
Novelli ridette vigore al teatro in vernacolo, fu rappresentata nel
1909 al Teatro Alfieri di Firenze dalla Compagnia comica Toscana
Raffaello Landini, diretta da Andrea Niccòli e fu un altro grosso
successo; la stampa dell’epoca non fu avara di lodi. Comunque,
nonostante la buona accoglienza di questo atto unico “allegro,
dimorto allegro” Camaiti riprese a pubblicare i suoi libri di versi
e soltanto nel 1926 pubblicò Padre Zappata, la sua ultima
commedia in vernacolo fiorentino.
La vergine del
Lippi,
bozzetto storico in un prologo e un atto è uno dei primi
lavori importanti di Augusto Novelli, e fu rappresentato per
la prima volta all’Arena Nazionale di Firenze dalla compagnia del
Comm. Cesare Rossi la sera del 25 settembre 1890 ed ebbe anche
diverse edizioni in cartaceo e forse qualche rappresentazione
abusiva se l’autore scriveva in calce alla quinta edizione:
“Ristampo questo lavoro, esaurito quattro volte, ristampando anche…
quanto è detto sopra [Tutti i diritti riservati] nella speranza che
i Signori Filodrammatici mostrino una buona volta di essere delle
persone oneste”. E aggiungeva, a difesa della veridicità del suo
lavoro: “Da alcuni critici che ne dovean sapere quanto Pico della
Mirandola, fu detto questo essere non un bozzetto storico, ma un
parto della mia fantasia. Benché certe castronerie non meritino
risposta pure pongo qui le poche righe con le quali il solo Vasari
tramandò la notizia del fatto”. Che si può leggere nella edizione
detta torrentiniana.
Aggiungiamo che il bozzetto novelliano fu dedicato e ispirato, come
altri lavori, alla tanto amata cugina Giulia che nel 1895 diventava
ufficialmente sua fidanzata, facendo scoppiare “l’indignazione”
della famiglia e in modo particolare delle sorelle di lei che furono
testardamente avverse al matrimonio con un giovane così scapato.
L’anno seguente Giulia e Augusto nonostante le avversità si unirono
in matrimonio. Nella prima edizione della Vergine (1895) c’è
anche una dedica con la sigla A G. N.:“Vedersi e amarsi perché prima
di nascere averci dato il cielo la impronta della creatura amata”.
Alla vigilia di saperti mia ristampo per la terza volta il grido
uscito dall’anima in quei giorni di tristezza…. Quando cinque anni
or sono egli vide la luce, ne cancellai la dedica per paura che la
gente ridesse di noi. Oggi vado orgoglioso di far sapere com’egli
nacque. Voglia il cielo che questa rivelazione lo salvi dalle mani
di coloro che lo trascinarono dinanzi a tutte le platee…. Composte
di pigionali!… Di quanti sfoghi fu mezzana la mia povera Vergine?…E
quante isteriche fanciulle, incapaci a suscitare una scintilla
vivificatrice, si lasciarono carezzare dalla voce armoniosa di Lippo
Lippi?… A questa turba di assetati che bevvero e continueranno a
bere al nostro fonte, perdona Tu; io non lo
posso.
Firenze, Settembre 1895 Augusto Novelli |
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LAMENTO DI CECCO DA
VARLUNGO - IL MUGNAIO DI SEZZATE
ed altri scherzi in versi, di Francesco Baldovini (a cura di Alessandro Bencistà) SempeR ed. Firenze
2004, €.12
Questo volume
contiene le opere giocose di Francesco Baldovini, prima di tutte il
Lamento di Cecco da Varlungo, opera che più di ogni altra ha
dato all’autore la fama per cui fu apprezzato dal Leopardi e da
eminenti studiosi della tradizione poetica in vernacolo rusticale,
come il Manni e il Fanfani. Insieme agli altri componimenti in ottave e ai sonetti
abbiamo inserito il prologo de Il Mugnaio di Sezzate, gli
scherzi drammatici, le canzoni e i dialoghi rusticali; opere che
non ebbero la fortuna del Lamento e che abbiamo recuperato da
rarissime pubblicazioni o antiche miscellanee; da queste siamo
partiti per mettere insieme un’ampia monografia che riunisse in un
solo volume almeno le composizioni di carattere giocoso, rimandando
ad altra occasione il componimento drammatico pubblicato dal Moücke
Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno e quelle su tematiche
d’occasione o moraleggianti, quasi tutte legate alla sua funzione
ministro del culto, che tuttavia ci hanno fatto conoscere un
Baldovini diverso, sinceramente aderente alla sua missione di
sacerdote e continuamente alla ricerca di uno spessore poetico più
consistente. Pensiamo che le opere qui riunite siano sufficienti per
la conoscenza del priore Baldovini; alcune, almeno in edizione
popolare, non si ristampavano dall’Ottocento, come le ottave ai
Calcianti di Santa Croce che abbiamo tratto dalla raccolta delle
poesie pastorali di Giulio Ferrario o Il Mugnaio di Sezzate
scherzo comico scritto per la rappresentazione scenica. Con molto
ritardo, accogliamo l’invito che il bibliotecario corsiniano Luigi
Maria Rezzi faceva nel 1855: “Sarebbe utile agli studii del bello
scrivere toscano, che tutti questi componimenti, unendovi eziandio
il Lamento di Cecco, sparsi in così molti libri, pigliasse taluno a
darceli raccolti in un solo volume”. (A.B.) |
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LA VERGINE RIMA Poesie
giovanili
di Florio Londi
(a cura di Alessandro Bencistà)
SARNUS, Firenze 2007, €.
12,50
Questo celebra i dieci anni dalla scomparsa di Florio
Londi; si tratta di un’antologia di liriche ancora inedite e scritte
nei primi anni Cinquanta; due quaderni scolastici a copertina nera
dove le poesie, quasi tutte con titolo, sono ordinate secondo il
metro, la maggior parte sonetti, ma anche quartine, ottave,
endecasillabi sciolti. La stesura delle liriche è quella definitiva
e lascia trasparire un assiduo lavoro di lima prima della
trascrizione da fogli occasionali, come era abitudine di Florio che
anche la notte teneva sempre carta e penna a portata di mano, come
ci riferisce la moglie Alighiera. L’habitat in cui si muove Florio
Londi, fin dalle prime prove poetiche, ci riporta indietro nel
tempo: romanticismo e tardo romanticismo, arcadia, classicismo…
senza trascurare la lettura dei contemporanei: c’è addirittura
Papini; non è sorprendente? un poeta contadino che scrive una poesia
su Papini. E c’è La capra, non quella più famosa e tragica di
Saba, una capra più familiare, più capra e meno ebreo perseguitato,
che non conosce il dolore impietrito delle terre irredente ma i
campi coltivati delle festanti colline toscane. E c’è soprattutto la
natura con la sua devastante bellezza che ci sovrasta e insieme la
frequentazione partecipata di quell’ambiente umano, povero di mezzi
e di aspirazioni, ma ricco di sentimento e di senso pratico della
vita, quel mondo popolare e contadino colto in tutte le sue
manifestazioni più quotidiane, umili e spontanee: il lavoro, la
miseria, l’amore, la morte; soprattutto quel senso di provvisorietà
e di effimera presenza su questa terra madre, che ci aspetta
paziente nel cimitero, anzi nel camposanto, una presenza che
affiora quasi assillante nei versi dell’allora ancor giovane Florio.
Non ci sono date, tranne che in un sonetto del primo quaderno,
Rimini, settembre 1953 e una data, 1956, in
calce ad una lirica in quartine; nel secondo soltanto un’indicazione
nelle quartine dedicate alla sua maestra: vent’anni son passati.
Florio, nato nel 1926, frequenta le prime tre classi elementari dal
1932 al 1935, il che ci rimanda approssimativamente al 1953-’55;
l’ordine di trascrizione cronologico risulta quindi abbastanza
credibile. Il titolo, La vergine rima, è tratto da una
delle ultime liriche del primo quaderno. |
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CANTI DELLA
COLLINA
Ottave e rime di Benito Mastacchini
Comune di Suvereto, dicembre 2007,
s.i.p.
Non soltanto
scrivere e cantare, come si presenta Benito Mastacchini nelle due
prime ottave della sua ultima fatica poetica; il vecchio poeta vuole
comunicare, trasmettere, lasciare un suo sofferto messaggio alle
genti che sono e a quelle che saranno. Poesie d’occasione sì, per
la sua gente e la sua terra, per gli amici di oggi e di ieri, anche
quelli che non ci sono più, senza tralasciare un commosso omaggio
alla bellezza della donna che è sempre stata fonte di ispirato
incanto. Noi vogliamo soprattutto mettere in evidenza le liriche più
dense di riflessioni e di pensieri rivolti al sociale, come la pace,
la fratellanza, l’amicizia, valori che sono sempre stati una
costante nella sua opera, dalle prime raccolte di versi a questo
ultimo lavoro in cui si raccoglie una produzione di versi che copre
un arco di tempo di quasi mezzo secolo. Il poeta non si ferma mai,
lavora con la mente e la fantasia, con la parola e col gesto, non
urla come va di moda oggi, parla piano, con la sua voce pacata, a
volte appena percettibile, ma la senti viva, presente, quasi la puoi
toccare nella sua fisicità. Così le parole che scrive hanno la
bellezza e la forza dell’oggetto scolpito, come quelle sue figure in
legno che ricava a colpi di segolo da un ciocco d’albatro o d’olivo.
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TEATRO POPOLARE MINIMO
di Carlo Lapucci,
Sarnus ed. Firenze 2009, €. 14,00
Monologhi,
sproloqui, parodie, lamenti, serenate, testamenti, lettere,
prediche, contrasti. Sarnus pubblica un'antologia illustrata sul
teatro della tradizione orale."Diesilla, Diesilla, / tutto va in
fumo e favilla: / restan Davide e Sibilla. / Quale giorno triste e
duro / quando il cielo sarà scuro / e il castigo ormai sicuro. /
Soneranno quattro trombe / mentre escon dalle tombe / brutte facce e
brutte ombre...". È questo l'incipit di una vecchia parodia del
Dies Irae, il celebre componimento liturgico del XII secolo.
Questo testo popolare, assai ironico, è stato ritrovato in Mugello
dallo studioso Carlo Lapucci e da lui inserito nel volume Teatro
popolare minimo, una raccolta dei brani più caratteristici tra
quelli recitati nelle rappresentazioni di teatro 'basso' negli
ultimi secoli. Tutti i testi appartengono alla tradizione del
"recitar narrando", declamati o cantati nei mercati, nelle fiere,
nei raduni o nelle veglie. Lapucci passa in rassegna questi
componimenti, molti dei quali tramandati oralmente e quindi presenti
in varie versioni, suddividendoli nei diversi generi a cui
appartengono o a cui possono essere accostati. Dalla sfera del
sacro, con prediche, parodie di inni religiosi e "prefazi", si passa
al profano, che comprende sia canti popolari (lamenti, serenate e
canzoni illustrate) sia testi in prosa, come i racconti e i
monologhi. La raccolta è un'antologia completa della materia, ormai
ritenuta un genere a sé stante nella vasta area del folklore. E il
risultato di una lunga ricerca di componimenti perduti della
tradizione toscana e di altre regioni, svolta da Lapucci con grande
attenzione per le contaminazioni e le metamorfosi che questi testi
hanno subito e ancora subiscono col passare del tempo. Il volume,
corredato di illustrazioni rappresentanti alcune messe in scena, è
una selezione esauriente della teatro della tradizione orale nelle
sue varie manifestazioni. Carlo Lapucci, esperto di letteratura e
linguistica, scrive da oltre trent'anni. Tra le sue opere,
ricordiamo Canzoniere dell'amore coniugale (1974), Il
battello del sale (1991), e Parodie e copie (2000), con
la quale si è aggiudicato il premio Giusti per la satira. Collabora
con numerose riviste ed è stato autore di programmi per Radio2 (come
Cose dell'altro mondo e I verdi giardini della memoria).
Da sempre grande conoscitore della lingua e delle tradizioni
toscane, è autore delle fortunatissime fiabe toscane uscite per la
prima volta nel 1984 e pubblicate lo scorso anno da Sarnus in
un'elegante edizione in due volumi. (G. Del Lungo) |
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RICETTE FIORENTINE DEL TRECENTO
ovvero La cucina ai tempi di Dante
di Alessandro Bencistà
Libreria Chiari ed. Firenze 2001 - €. 10,00
n questo volume
sono riuniti due frammenti, derivati da un libro di cucina
trecentesco, che sono giunti fino a noi. Si tratta di due codici
manoscritti conservati, uno presso la Biblioteca Ricciardiana di
Firenze, l’altro all’Università di Bologna. Ambedue furono
pubblicati alla fine dell’Ottocento in due libretti di nozze che i
ricercatori, Salomone Morpurgo e Olindo Guerrini, offrirono
rispettivamente ad Augusto Franchetti e Giosuè Carducci in occasione
del matrimonio delle loro figlie Luisa e Laura. Ampiamente studiati
ed analizzati da illustri studiosi, i due frammenti non erano mai
stati pubblicati in un’edizione divulgativa (l’usanza di offrire
libretti di nozze ai parenti era assai diffusa in passato fra le
classi colte ed agiate, ma di solito per queste edizioni non si
superavano le cento copie di tiratura). Crediamo di aver colmato
questa piccola lacuna offrendo al cultore odierno un piacevole
libretto di arte culinaria che, se non lo aiuterà a realizzare un
pranzo rispondente ai raffinati gusti dell’epoca contemporanea, lo
aiuterà a gustare, come scrisse Salomone Morpurgo, “la ottima lingua
di quella cucina”, che l’ignoto scrittore fiorentino ha imbandito
per noi. Se questa era la cultura di un cuoco, sia pure di una
nobile e ricca famiglia, non c’è da meravigliarsi del primato
culturale, artistico ed economico che la città di lFirenze raggiunse
in quei secoli. |
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PIA DE’ TOLOMEI, e le "Notizie
sulle Maremme toscane”, di Bartolomeo SESTINI,
(a cura di A.Bencistà)
Firenze-Libri ed. Reggello 2005, €.
13,00
Con questo titolo
gli editori Ferdinando e Gaetano fratelli Chiari, mandarono alle
stampe una delle più belle ed amate leggende del Medio Evo toscano.
L’autore è il pistoiese Bartolomeo Sestini, poeta e patriota vissuto
a cavallo dei secoli XVIII e XIX, durante l’avventura napoleonica e
scomparso giovanissimo a Parigi, dove si era rifugiato esule, nel
1822. La sua “leggenda romantica” in ottave ebbe fin dalla prima
edizione una diffusione straordinaria, non solo in Toscana. In pochi
anni la storia della Pia venne “ovunque divulgata in parecchie
edizioni e raccolte di poesie, facili ad essere acquistate da tutti
per la tenuità del prezzo”. Mancava tuttavia un’edizione pregiata e
curata con arte, finché gli editori fiorentini accogliendo “le
magnanime ed efficaci sollecitudini di un PRINCIPE” non provvidero a
stampare la bellissima e pregiata edizione del 1846, accresciuta di
una “notizia sulle maremme toscane” e una carta geometrica, che
Pietro Thouar aggiunse facendo tesoro delle ricerche storiche e
geografiche di Emanuele Repetti. L’apparato iconografico fu ancora
abbellito con otto grandi incisioni in stile romantico eseguite dal
francese Lemercier; le illustrazioni furono in seguito imitatissime,
in particolare quella in cui l’artista raffigura Nello che ritrova
la Pia già mezza sepolta, ripresa anche nell’edizione Nerbini del
1931 da Tancredi Scarpelli che disegnò la coperta e le scene del
fortunato romanzo di Diana da Lodi. La presente edizione nella
collana “il muricciòlo” ripropone il testo dell’edizione Chiari
ricomposto con tutte le incisioni originali, l’introduzione con la
biografia del Sestini corredata da una testimonianza di Pirro
Giacchi e l’apparato di note esplicative. LA PIA LEGGENDA ROMANTICA
DI B.SESTINI INTRODUZIONE di Alessandro Bencistà Riproponiamo nella
nostra collana uno dei testi più amati della letteratura popolare
(da Alessandro D’Ancona in poi “muricciolaia”) del primo Ottocento.
Si tratta della prima leggenda in ottave, altre ne seguiranno, della
Pia de’Tolomei, la sventurata fanciulla senese resa immortale dagli
ultimi versi del V canto del Purgatorio dantesco. L’autore è il
pistoiese Bartolomeo Sestini, poeta e patriota, di cui illustriamo
la breve vita. La rarissima edizione fiorentina del Chiari fu fatta
stampare a spese del Granduca Leopoldo II, che incaricò Pietro
Thouar di redigere anche un saggio sulle maremme toscane (Notizia
sulle maremme toscane) che precede la leggenda della Pia; detto
saggio si giova in gran parte delle ricerche che Emanuele Repetti
dal 1830 stava conducendo per il suo Dizionario la cui edizione
definitiva uscì nel 1846. Da molto tempo questa bella e rara
edizione è pressoché introvabile, pur essendo ricercata da molti
cultori, specialmente in Maremma, dove è ancora vivo il ricordo
della leggenda e i poeti popolari cantano vecchie e nuove ottave
sulla struggente storia. Dell’edizione fiorentina del 1846
riproduciamo integralmente le belle incisioni, abbiamo poi aggiunto
un apparato di note esplicative sul testo, una testimonianza di
Pirro Giacchi circa un gustoso episodio del periodo fiorentino di
Sestini, la scheda che segue sull’autore e una bibliografia
essenziale.
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DELLE ERBE E DELLA
MAGIA, Cure e rimedi nel sapere popolare,
di Maurilio Boni, Daniele Lamioni, con Introduzione
di Tullio Seppilli e una appendice di Fabio Dei,
Nicoletta Basili, Chiara Romano, Archivio delle
tradizioni popolari della Maremma grossetana, Gruppo Tradizioni
Popolari “Galli Silvestro”, con il contributo della Regione Toscana
Progetto Porto Franco, C&PAdver, Grosseto 2008, €. 15.
La
ricerca costituisce un aggiornamento del lavoro svolto a suo tempo
da Maurilio Boni, e mette in evidenza alcuni interessanti aspetti di
quella che ancor oggi, nella post-modernità, persiste come pratica
curativa tradizionale, alternativa alla medicina ufficiale. Di essi
mi preme, ora, sottolinearne uno, quello che risponde alla domanda
«qual è la differenza di fondo fra la bio-medicina e le pratiche di
cura tradizionali, il cui riferimento binario è indirizzato verso
l’uso di vegetali da una parte, e dall’altra verso una sorta di
fede, di fiducia nelle capacità del curatore, che discende, però, da
una altrettanto forte fede religiosa?». Al di là delle conoscenze
erboristiche popolari, e della relazione con la fede in dio
(elemento, secondo me, essenzialmente rassicurante), la differenza
fondamentale, una delle differenze, è certamente la possibilità, per
chi si rivolge al curatore tradizionale, di esprimere in termini
inesprimibili in ambito di biomedicina, del proprio malessere, di un
disagio, dell’incertezza dell’esistenza umana, tutte questioni alle
quali non solo la medicina ufficiale non sa dare una risposta, ma
che non sa neppure ascoltare. Esprimere un dolore dell’anima, non si
può farlo con il medico di medicina generale, o ospedaliero, ma si
può farlo con il guaritore. Si rileva così un mutamento, intervenuto
nell’arco di alcuni decenni, quello di considerare medicina
ufficiale e tradizionale come alternative prima, complementari oggi.
Mentre un tempo, come rilevato da Maurilio Boni, in caso di
“malattia” (uso questo termine nel senso più generico, senza
distinguere fra malattia nel senso di disease o di illness)
prima ci si rivolgeva al familiare che aveva qualche conoscenza di
erboristeria, poi al curatore del podere più vicino, o del
villaggio, e solo in ultima analisi al medico, oggi i due indirizzi
non sono più alternativi: si va dal medico, dal quale si cerca di
tenere sotto controllo il diabete, o l’ipertensione, e si va dal
curatore, al quale ci si esprime in termini differenti, il quale
sappiamo che non può curare né il diabete, né una cardiopatia, ma al
quale si chiede una rassicurazione riguardo all’esistenza umana.
Delle erbe e della magia è un libro che invita a riflettere sul
senso dei nostri gesti e di ciò in cui, più o meno consapevolmente,
crediamo. (Paolo Nardini)
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IL POETA DI SCANDICCI Vita in versi e
contrasti in ottava rima di Altamante Logli (a cura di
Alessandro Bencistà) LIBRERIA CHIARI ed. Firenze 2000
Questo volume
riunisce una parte significativa della produzione in ottava rima di
Altamante Logli, poeta estemporaneo toscano attivo da oltre sessanta
anni e fra gli ultimi rappresentanti di una cultura dell’oralità
che da circa un secolo viene periodicamente data come scomparsa.
Dalla piazza ai teatri, dai circoli ricreativi all’Università, il
canto di improvvisazione riesce a raccogliere ancora l’interesse del
pubblico e degli studiosi, ne sono esempio le testimonianze di
serate registrate con il magnetofono e fedelmente riprodotte su
queste pagine. Una poesia semplice e immediata, che viene recepita
subito dalla massa degli ascoltatori, senza mediazioni né complesse
architetture interpretative. Il vecchio poeta canta e racconta,
sempre pronto e disponibile dove ci sia una festa, una ricorrenza,
un’occasione d’incontro. Pur consapevole che la poesia estemporanea
perde gran parte del suo fascino e del suo valore quando viene
trascritta, con questo volume Altamante, ha sentito il dovere di
lasciare un ricordo ai parenti, agli amici, alle persone che lo
hanno
seguito nelle sue variegate interpretazioni. Il poeta di Scandicci è
scomparso nel luglio del 2007. |
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I POETI DEL MERCATO Raccolta di contrasti
in ottava rima dei poeti estemporanei Gino Ceccherini e Elio
Piccardi (a cura di Alessandro Bencistà) Studium editrice, Radda in
Chianti 1990 Gino Ceccherini e
Elio Piccardi sono stati fra i più autorevoli e famosi bernescanti
attivi nella provincia di Firenze fra la fine del secondo conflitto
mondiale e gli inizi degli anni Settanta. Questo volume ne
ricostruisce la storia presentando una ricca e completa antologia
sulla loro produzione poetica estemporanea. Quelle composizioni in
ottava rima, a causa della loro attività di venditori ambulanti,
sono fra le poche rimaste incise su dischi microsolco a 45 giri,
senza alcun dubbio la più ricca e completa documentazione sonora che
oggi resta della produzione poetica estemporanea legata alla
tradizione ambulante, quelle "ambulanti scuole" di cui parlava in
una celebre ottava Vittorino Poggi da Comeana nel lontano 1929.
Ceccherini e Piccardi sono stati fra i primi ad usare gli apparecchi
di registrazione magnetica a pile nei mercati e durante alcune delle
loro serate estemporanee, le registrazioni in studio non
differiscono molto dalle esibizioni nei mercati e nelle fiere e
conservano intatto il carattere immediato e genuino
dell'improvvisazione in piazza o nelle case del popolo. Il
libro è completato anche da un essenziale glossario della
lingua vernacola usata dai due poeti e dalla trascrizione di alcuni
dei più diffusi fogli volanti che venivano distribuiti al pubblico
durante la loro attività. Tutto il materiale di registrazione
recuperato grazie agli eredi e al produttore discografico è oggi
stato digitalizzato ed è conservato negli archivi a disposizione
degli studiosi della cultura orale. |
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Alessandro Bencistà
NUOVO VOCABOLARIO DEL VERNACOLO
FIORENTINO
Terza edizione rinnovata e accresciuta
e rilegata in tela
FirenzeLibri 2009 €. 39,00.
(ai soci del Centro Studi Tradizioni
Popolari Toscane €. 20,00)
Questa ultima
edizione esce in formato lusso, rilegata in tela ed iscrizioni oro
ma con una nuova grafica ed accresciuta di circa cinquecento voci,
la maggior parte estratte da testi vernacolari di recente
composizione, oltre ad altri testi antichi e moderni non consultati
nei precedenti lavori. Una parte delle voci nuove è stata estratta
dal lessico contemporaneo, soprattutto giovanile; altri apporti ci
vengono continuamente suggeriti da amici e colleghi che hanno
conosciuto ed apprezzato le due edizioni di questo lavoro.
Certamente fra le tante parole vernacole presenti nella parlata
fiorentina, ne avremo dimenticato qualcuna; provvederemo, nel
frattempo ci scusiamo ricorrendo alla lapidaria frase che il
Tommaseo usa nella sua prefazione al Dizionario dei
Sinonimi: “Chi vuole imbandigione più lauta, apparecchi da sé”.
Fra le fonti utilizzate nel nostro vocabolario continuiamo a
preferire i testi delle nuove commedie in vernacolo fiorentino
contemporaneo, settore che mostra ancora una vitalità eccezionale,
ben lontana dall’esaurimento dell’ispirazione. Del resto il teatro
vernacolare già lo abbiamo indicato come una delle fonti più
cospicue della nostra indagine, da Novelli a Càglieri, passando
attraverso Paolieri, Vitali, Carbocci, spingendoci poi fino ai
contemporanei, come il quasi classico Vinicio Gioli e ai più giovani
drammaturghi come Ugo Chiti e Alberto Severi. Nell’epoca della
globalizzazione imperante (senza per questo rinunciare alla
conoscenza dei nuovi linguaggi mediatici come l’uso dei segni e
delle abbreviazioni negli SMS scambiati con i telefonini) noi
continuiamo ancora a frequentare le botteghe tradizionali, i mercati
ambulanti, i poeti in ottava rima, il teatro dilettante della
periferie, imparando sempre qualcosa di nuovo. Insegnando anche,
quando ci capita l’occasione (cioè sempre), la parlata dei nostri
avi, specialmente nella scuola, dove i giovani conoscono le più
moderne espressioni dei vari social network come you tube e face
book, ma ignorano cosa siano il bacìo e il roventino, non parliamo
poi della martinicca e dell’abburatto. Giovanni Pascoli si era già
accorto all’inizio del secolo scorso di questa mutazione, quando
scriveva nell’introduzione ad una sua antologia per le scuole
secondarie inferiori: “E intanto la scuola, se anche non vuole
insegnare quelle parole proprie e miracolose, non s’ingegni almeno
di farle dimenticare”. |
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I BERNESCANTI Il contrasto in ottava
rima e le tematiche attuale
a cura di ALESSANDRO BENCISTA'
ED.POLISTAMPA FIRENZE 1994, €.
17,50
Questo libro raccoglie la produzione
poetica estempoarnea dalla fine degli anni Settanta ad oggi. La
ricerca si estende ad un'area della Toscana dove è ancora vivo il
canto di improvvisazione, dalla provincia di Arezzo a quella di
Pisa, da quella di Pistoia alla Maremma grossetana. I contrasti sono
stati tutti ripresi dal vivo e registrati con l'aiuto dei moderni
sistemi audiovisivi. Accanto ai temi tradizionale (giovanotto e
ammogliato, democristiano e comunista) i poeti inseriscono argomenti
di scottante attualità (Craxi e Di Pietro, Magistratura e
tangentopoli, Berlusconi e la RAI) senza tralasciare quelli di
attenta e raffinata riflessione (zappa e computer, cacciatore e
ambientalista, Maremma agricola e Maremma turistica). In appendice
sono riportate le più importanti manifestazioni estemporanee, un
piccolo glossario delle voci popolaresche e le biografie dei più
noti poeti bernescanti, quasi tutti in attività. |
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IL CAPPELLO DI ALTAMANTE
Pubblicazione del
Comune di Scandicci a cura di Paolo de Simonis; interventi di Alessandro
Bencistà (Presidente del Centro Sudi Tradizioni Popolari Toscane), Pietro
Clemente (Università degli Studi di Firenze), Stefano Arrighetti (Istituto
"E. De Martino"), Gianni Ciolli (improvvisatore), Paolo De Simonis
(Università degli Studi di Firenze),.Fabrizio Franceschini (Università di
Pisa), Antonio Melis (Università degli Studi di Siena), Claudio Rosati
(Regione Toscana), Enrico Rustici (improvvisatore), Andrea Fantacci e Monica
Tozzi (curatori del libro Altamante, una vita all'improvviso).
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