Recensioni Libri


 

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 Alessandro Bencistà, L’OTTAVA CONTINUA  Contrasti dilettevoli e varie storie in rima fra cavalieri e senatori, padani e romani, socere e generi ecc. ecc. in lingua volgare fiorentina, FirenzeLibri S.r.l. Reggello (Fi) 2010     Euro  12,50

 Questa raccolta di rime occasionali dal contenuto giocoso, riunisce il nostro modesto contributo alla storia del contrasto poetico; il sottotitolo varie storie lo prendiamo da uno dei nostri più frequentati poeti popolari: Antonio Pucci, l’inventore del contrasto in ottava rima, il poeta campanaio a cui dobbiamo la grande diffusione che quel metro ebbe dalla metà del Trecento fino ai bernescanti del nostro secolo (Ceccherini, Piccardi, Logli ecc.). A loro e a tutti gli altri che abbiamo conosciuto e frequentato, il nostro doveroso inchino e il ringraziamento per averci condotto per mano fino ad oggi, permettendoci di imparare e assimilare il modulo e lo spirito della poesia estemporanea e alla fine di restituire valore, oltre che conservare quasi interamente, non solo quella cultura dell’oralità che era sul punto di scomparire, ma anche quell’italum acetum che ha sempre pervaso la poesia giocosa toscana. Abbiamo fatto tesoro di quella tradizione popolare antica e, anche se non improvvisiamo, ci dilettiamo di lavorare ogni volta che capita l’occasione con l’endecasillabo e con l’ottava, che riempiamo di citazioni antiche colte e popolari, alla loro maniera. Del resto nell’uso di questo metro ci avevano preceduto sommi poeti che ricordiamo con religiosa deferenza: da Giacomo Leopardi a Niccolò  Tommaseo, da Giuseppe Giusti a Ferdinando Paolieri; le loro scorribande nel campo dell’ottava ci sembrano una bene appropriata attenuante per giustificare il nostro ardire poetico. E ci piace affermare, come ha suggerito l’amico Giovanni Kezich, che l’ottava continua, nonostante i grandi fratelli e i talk show, gli sberci insulsi di certi cantori contemporanei, i fragori assordanti delle buie arene notturne.   

 

 

Alessandro Fornari, VOCE VIVA, Canzoni, stornelli, proverbi, riti e feste di popolo. La tradizione educante - di Collana "Le vie della storia", Le Lettere,  Firenze  gennaio 2010 - €. 20,00

Questo volume è l'ultimo lavoro che Alessandro Fornari ci ha lasciato; licenziato dall'editore Le Lettere pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta il 10 gennaio. Lo presentiamo ai nostri lettori come il suo estremo atto d'amore verso quel mondo delle tradizioni popolari toscane che da oltre mezzo secolo Alessandro ha studiato e indagato con passione e competenza non comuni. "Cinquanta anni di ricerche permettono di presentare in modo nuovo le canzoni, gli stornelli, i proverbi e i riti agrari del Maggio e del ciclo del grano, scegliendo fra i più belli e significativi giunti sino a noi. Sono voci che ad ogni passaggio si rinnovano, dimostrando quanto sia tenace e attuale, per qualsiasi popolo, l'impronta tradizionale. Questa ricerca, grazie a confronti e analisi di nuovo conio, si è sviluppata nei corsi di aggiornamento per insegnanti e nei seminari universitari, che Fornari svolge da anni, mostrando che la traduzione educante offre agli insegnanti un inquadramento nuovo e qualificato. Di tutto ciò è testimone questo libro, che si muove fra tradizioni - allegre o serie - sempre vivaci e intriganti... Le tradizioni, quando non siano un mero trattenimento, fanno parte di un processo educativo e trasmettono all'interno delle comunità, norme, valori, linee di contrasto e tendenze innovative, che ho accertato secondo crit

 
 

L GASTIGAMATTI, di Giulio Svetoni - COMMEDIA FIORENTINA n. 28,                            Collana diretta da A.Bencistà - FirenzeLibri ed. Reggello 2009,   €.5,90 . Nelle librerie Chiari, Piazza Salvemini e Libreria de' Servi in via dei Servi Firenze

Questo autore, non molto considerato dalla stampa e dagli storici del teatro in vernacolo, ha scritto quel piccolo capolavoro ispirato alla Bisbetica domata di Shakespeare che è Il Castigamatti, una deliziosa commedia che ancora oggi si può inserire fra le più amate e rappresentate dalle compagnie amatoriali toscane. Ispirata a Shakespeare, come scriveva Adolfo Orvieto nella sua prefazione; per fugare ogni dubbio che qualche critico avrebbe potuto avere circa una “piatta imitazione o, persino, della contaminazione sacrilega”. E la parola “ispirazione” serve ad escludere il rifacimento meschino, la riduzione “per altre scene”,  non che, s’intende il peggio di tutto, che è il plagio.    C' è bisogno di dimostrare l'originalità del “Castigamatti”?  La sua essenza schiettamente e profondamente fiorentina che dà a queste scene una vita tutta propria; anima, e non vernice?”                                       La commedia fu rappresentata per la prima volta  al Teatro Argentina di Roma nel maggio del 1925 dalla Compagnia di Garibalda Niccòli e fu replicata per 14 sere consecutive. Nel presentarlo all’inizio del terzo anno delle pubblicazioni (gennaio 1929) la redazione della rivista La commedia fiorentina si sbilancia: “Con la pubblicazione de Il Castigamatti, che è a giudizio del pubblico e della critica la commedia fiorentina comica più bella, più completa, più divertente che sia stata scritta per il Teatro fiorentino dopo la mirabile Acqua cheta del compianto Augusto Novelli, si apre bene questo nuovo periodo  di vita della Commedia Fiorentina, la quale arricchita dai magnifici disegni di Piero Bernardini, dirà al lettore più d’ogni altra parola, che ogni nostra energia è tesa, per far sì che la nostra rivista continui ad avere il favore che fino ad oggi ha incontrato e che è per i nostri sacrifici la massima ricompensa.” Ma questo del ’29 fu l’unico contributo del grande pittore e illustratore fiorentino (anche lui poco considerato) che in seguito si limitò a fornire la grafica di copertina.

 

 

 

 

 

CANAPONE,  di A. Novelli - COMMEDIA FIORENTINA n. 27,

 Collana diretta da A.Bencistà -  FirenzeLibri ed. Reggello 2009, Volume doppio; €.  7,90

La nuova commedia, Canapone, debuttò al teatro Alfieri nel febbraio del 1914; quattro atti sulla fine del Granducato di Toscana nei mesi che precedono la partenza da Firenze della famiglia granducale il 27 aprile del 1859. La storia  è incentrata sulla figura di Leopoldo II, chiamato dai fiorentini Canapone per il colore biondastro dei suoi capelli. La commedia dovette registrare un inatteso insuccesso, sia di pubblico che di critica. Scrive Jarro che l’unico apprezzamento del pubblico venne nel quarto atto per merito di Raffaello Niccòli che interpretò la parte del soldato livornese, che piacque per le sue battute salaci ed anche per quel vernacolo labronico, sia pure grezzo e approssimativo, che l’autore gli mette in bocca; da segnalare la rinuncia dell’utilizzazione della lingua vernacola fiorentina, arte in cui l’autore è maestro. L’opera  comunque restò in cartellone per trenta sere,  Bucciolini si domanda se avrebbe resistito tanto se si fosse trattato di un altro autore. Il lavoro cuce insieme alcuni “aneddoti da anticamera”, pettegoli e in genere di dubbio gusto, che ci presentano “un Leopoldo II  intimo, a tu per tu con servi e cameriere” che offuscano e mettono quasi in ridicolo la figura dell’ultimo Granduca, senza minimamente avvicinarsi  alla gustosa satira che ne aveva fatto Giuseppe Giusti nel suo Re Travicello. La corte granducale, a differenza dell’ambiente cittadino, è estranea all’autore, più che in una corte sembra di essere all’osteria, dove servi e giardinieri, segretari e ministri si incrociano come se si trattasse di governare una cavalla invece che uno degli stati più moderni ed emancipati d’Europa.

   

IL LIBRO DELLE PAURE,

 di Carlo Lapucci,

 sarnus, Firenze 2009    €. 15

 Nuova edizione de Il libro delle paure uscito nel 1988. Si tratta di racconti che fanno parte della tradizione orale toscana e completa una trilogia di cui fanno parte anche i due volumi Fiabe toscane di maghi, fate, animali, diavoli e giganti, usciti nel 2008 per la stessa editrice sarnus. “Carlo Lapucci attinge ora al repertorio che in Toscana costituiva la “veglia dei grandi”. Le fiabe vere e proprie erano infatti riservate alla prima parte, cui assistevano anche i bambini; finito il vino dolce e le castagne i ragazzi andavano a letto e allora si cominciava la veglia delle paure, storie nate per mettere addosso i brividi, come oggi abbiamo i gialli o il film dell’orrore. Le situazioni, le figure erano diverse, ma se qualcuno ha l’abilità di grattare un po’ la vernice, sotto molte storie nuove ritroverà gli schemi e la materia di quelle vecchie. La tematica vera è sempre l’ignoto… l’apparizione di uno spettro, le imprese del Lupo Mannaro o dei Tempestari, le visite delle Anime del Purgatorio, le malìe delle Streghe, i balli delle Fate …

   

Alessandro Bencistà

LA COMMEDIA FIORENTINA IN VERNACOLO

I teatri e i principali autori dalle origini a oggi

Sarnus ed. Firenze 2008   €. 14,00

 Questa breve storia della commedia fiorentina in vernacolo, genere che in un passato non troppo remoto ha goduto d'enorme popolarità anche oltre la cerchia delle mura fiorentine, nasce anzitutto dall'esigenza di non far dimenticare una lingua antica e illustre: quel volgare trecentesco che Ferdinando Paolieri evoca nell'introduzione a I’ Pateracchio, ancora rintracciabile nella parlata quotidiana delle genti del contado. In più, grazie soprattutto ad Augusto Novelli, il più celebre d'una nutrita schiera di drammaturghi, la commedia vernacolare ci tramanda l'immagine nostalgica d'una Firenze popolata d'artigiani e bottegai, mamme e fidanzate, coi loro piccoli, quotidiani drammi domestici. Oggi quella città, quel mondo e quella gente non esistono quasi più, scomparsi come molti teatri popolari un tempo gremiti di pubblico. Con questo lavoro ci auguriamo d'offrire uno stimolo a mantenere viva una tradizione che ci ostiniamo ancora a frequentare, restituendo alla memoria, accanto ai nomi più celebri, quelli d'autori oggi quasi dimenticati, come Nando Vitali, Giulio Svetoni, Ugo Palmerini, Giuseppina Viti Pierazzuoli, Virgilio Faini e molti altri.

   

I

 

 

L COMUNE DEL GALLUZZO

di G.Carocci

Ristampa anastatica dell’edizione 1892, Semper ed. Firenze 2008, €. 12

 

Siamo alla fine dell’Ottocento, epoca in cui si avvertiva molto più di oggi il bisogno di conservare e trasmettere le memorie storiche delle nostre comunità.

Fu Guido Carocci, Ispettore per le Antichità e le Belle Arti della Toscana,  che nei suoi viaggi in tutta la regione raccolse un copioso materiale (40.000 schede) che fu poi utilizzato per la compilazione del Catalogo delle opere d’arte della Toscana, poi confluito nelle sue moltissime  pubblicazioni divulgative, le antenate delle moderne guide turistiche, che furono accolte con entusiasmo dai fiorentini dell’epoca.

Già nel 1875 il Carocci, osservando “l’opera troppo limitata ed incompleta del Canonico Moreni, comparsa nel 1791”, aveva pubblicato un primo volume che illustrava la storia e l’arte delle campagne, popolate di paesi, chiese e ville che fanno da corona a Firenze: I dintorni di Firenze, un’edizione fortunata che venne ampliata nel 1881e fu stampata in quattro edizioni successive, ancora riedite fra il 1906 e il 1907 in due volumi che costituiscono ancora oggi una fonte di informazione non solo storica e artistica, fondamentale per lo studio e la conoscenza del paesaggio, dello sviluppo urbanistico e delle opere d’arte maggiori e minori della città e dei suoi dintorni.

Nel 1892 uscì la monografia del Comune di San Casciano, cui seguì pochi mesi dopo quella dedicata al Comune del Galluzzo che poco tempo dopo sarà cancellato per far posto al Comune di Firenze sempre alla ricerca di nuovi spazi per la crescita della città.

Il volume era dedicato al Sindaco del Galluzzo, Cav. Guido Francesco Rossi, ed oltre alle notizie di carattere generale, come gli antichi statuti, i servizi pubblici, i mercati e le fiere del capoluogo, si sofferma anche con essenziali schede sui centri minori del comune, i popoli e le chiese, i monasteri, le cappelle, i tabernacoli, castelli, ospedali fino a descrivere dettagliatamente le ville e case principali; il libro è ancora una fonte preziosa per gli studi sul paesaggio, sulla toponomastica e sul catasto che anticipano di decenni le pubblicazioni contemporanee.

Oggi alcune di queste preziose guide si trovano non certo a prezzi popolari solo nelle librerie antiquarie, ben vengano dunque le ristampe anastatiche come questa delle Semper che aiutano a conoscere e riscoprire quello che la storia ci ha lasciato in eredità e che abbiamo il dovere di trasmettere a chi verrà dopo di noi. (A.B.)

   

IN MAREMMA

di Ouida (Marie Louise de la Ramée)

Introduzione di Margherita Ciacci

SempeR ed. Firenze 2009,  €. 23,00

 

 

Segnaliamo la ristampa dopo oltre un secolo di questo suggestivo “romanzo popolare” della scrittrice Ouida, una delle tante intellettuali inglesi che nella seconda metà dell’Ottocento scelsero di trasferirsi in Toscana attirate dalla bellezza della regione oltre che dalla grande cultura di una storia millenaria che affiorava da ogni pietra, in città come nelle più sperdute campagne.

Nell’ampia e precisa introduzione Margherita Ciacci ci spiega il perché di questa riproposta, già ben accolta nella prima edizione Treves (che fra gli abbonati del Gabinetto Viesseux a Firenze registra in otto mesi 130 richieste di lettura): “un racconto che ancora oggi affascina, se non altro per la capacità evocativa di “uno sguardo straniero” che si posa su ambienti fino ad allora scarsamente frequentati dalla narrativa italiana e straniera”.

Uno stile scorrevole e coinvolgente che sta fra il verismo non ancora sperimentato e il romanzo gotico che tanto appassionava i lettori anglosassoni. Ne viene fuori un’immagine autentica  della Maremma della seconda metà dell’Ottocento, con i suoi toponimi originali non ancora alterati da assessori in vena di esibizioni celebrative (le buche delle fate, il Capo Troia, il lago di Prile,  il Sasso scritto), un paesaggio primordiale e allo stesso tempo affascinante raccontato attraverso la storia di una fanciulla che sboccia alla vita in luoghi che a stento offrivano una sopravvivenza dignitosa, fra povertà, malattie e stenti.

L’autrice mostra di aver bene utilizzato non solo le fonti della narrativa di viaggio, ma anche i risultati delle ricerche, “la moda delle etruscherie” che dal secolo precedente avevano contribuito ad arricchire una bibliografia già di per sé ampia, che si dispiega da Rutilio Namaziano a Emanuele Repetti. Cui si aggiungono le cronache nere del brigantaggio in quegli anni in piena espansione; come non riconoscere nel brigante Saturnino, padre della fanciulla protagonista, il Domenichino Tiburzi rivisitato da tanta letteratura novecentesca? Le date tornano tutte: Ouida arriva in Toscana nel 1871, l’anno dopo Tiburzi evade da carcere e comincia  a far parlare di sé; dieci anni dopo esce il romanzo. Ancora un’ analogia: tre anni dopo uscirà un’altra stupenda documentazione (non un romanzo) di vita strappata alla violenza di una natura selvaggia e matrigna, questa volta ambientata nella montagna pistoiese: Beatrice Bugelli, la poetessa pastora, in cui ritroviamo parecchi aspetti della narrazione di Ouida, è sempre una donna la protagonista, sempre di cultura anglosassone l’autrice, l’americana Francesca Alexander che sceglierà la Toscana come sua patria, anche dopo la morte.

Proprio queste due donne, prima di Fucini, prima di Tozzi, ci hanno lasciato alcune delle più belle pagine di grande letteratura verista, addirittura negli anni in cui il verismo incominciava a diffondersi in Italia (I malavoglia esce nel  1881 ma fu una grosso fiasco si lamenta Verga)

Ci sono anche le testimonianze del canto popolare, dal rispetto all’ottava rima improvvisata, che accomunano le due opere:

       Come volete faccia che non pianga

       Sapendo che da voi devo partire?

      E tu bello in Maremma [maremma], ed io ‘n montagna

      Questa [chesta] partenza mi farà morire.

Questo rispetto (fra parentesi quadra le differenze dall’originale) è riportato nei “Canti Popolari Toscani” del Tommaseo che lo classifica di provenienza amiatina.

Non facciamo il riassunto di questo romanzo, che i maremmani (ma non solo) leggeranno in un fiato, nonostante le 570 pagine e qualche appesantimento erudito che nulla tolgono allo sviluppo della narrazione. (A.B.)

 

LE BUCHETTE DEL VINO A FIRENZE

di Lidia Casini Brogelli

SempeR ed. Firenze 2004,  €. 15,00

 

In un periodo in cui a Firenze (e dintorni) si sta recuperando l’antica tradizione di comperare il vino sfuso  nelle botteghe, giunge a proposito questo libro che documenta fin dal XIII secolo l’abitudine tutta fiorentina di munirsi di fiasco o brocca ed andare nelle cantine per rifornirsi della prelibata bevanda che,  spillata di fresco, avrebbe allietato le mense cittadine, dalle più ricche alle più umili. Sparse in tutto il centro storico sopravvivono ancora le “buchette” da cui il vino veniva venduto. Si tratta di piccoli elementi di architettura civile presenti in molte delle dimore signorili e che miracolosamente sono sfuggite alle ristrutturazioni di cui attraverso i secoli hanno avuto bisogno gli edifici. Attraverso quelle piccolissime aperture il nobile signore vendeva ai fiorentini i prodotti delle sue terre e, a giudicare da quante se ne sono conservate, questo piccolo commercio rendeva bene ed è stato attivo fino all’epoca moderna.

L’autrice, Lidia Casini Brogelli, è un’anziana signora, una “casalinga moglie di medico” che nei periodi liberi da impegni domestici e munita di macchina fotografica, ha percorso in lungo e in largo il centro storico documentando le buchette del vino e insieme aggiungendo interessanti osservazioni sui palazzi, fornendo precisi itinerari e altre interessanti notizie che aggiungono un capitolo nuovo a quanto già è stato scritto sulla città; e non è facile trovare in Firenze qualcosa di originale da indagare.

Scrive nella prefazione la signora Lidia: “L’attività del vinaio, cioè il venditore di vino alla “Cella”, (lo spaccio di vino al minuto) alla strada, ha animato la città per secoli, ed ha aiutato a conservare lo spirito fiorentino, nonché le forze e la vitalità di molta gente che lavorava, sia dalla parte di dentro, per il venditore,  che dalla parte di fuori, per il cliente e fruitore, che volentieri vi si fermava e si ritemprava. Qualche volta anche troppo.” Questo bel libro che ancora mancava alla storia delle tradizioni fiorentine è stato pubblicato con una prefazione dello storico di Firenze Luciano Artusi dalla SEMPER editrice che ormai sta diventando un punto di riferimento nella pubblicazione di memorie storiche, artistiche e musicali della Toscana.  L’Azienda agricola CASTELLO DI AMA gestita da Marco Pallanti ha scelto il volume per la strenna di Natale 2004: “un libro che possieda un legame con la nostra regione ed anche con il nostro Tempo”. Un’ultima notazione: il ristorante Latini per l’occasione ha riaperto la sua buchetta, che si affaccia sulla strada a fianco dell’ingresso ed ha offerto ai numerosi convenuti un assaggio di vino, salsicce, fettunta e formaggio, una scena d’altri tempi che speriamo si possa ancora ripetere.

 
   

IL MAIALE DALL’ARISTA ALLO ZAMPONE

Con la versione integrale de

L’ECCELLENZA ET TRIONFO DEL PORCO di Giulio Cesare Croce,

 di Alessandro Bencistà

 Edizioni POLISTAMPA, Firenze  2007,  €. 12,00

 

Che cosa c’entra il maiale con l’ottava rima? Oppure con l’arte del contado? Col teatro e la poesia in vernacolo fiorentino? L’autore di solito si occupa di questi argomenti ma ci è piaciuto subito il testo che ci veniva proposto, un libro anomalo che giaceva almeno da una decina d’anni nel cassetto e che va ad arricchire la nostra recente collana dedicata al recupero delle tradizioni toscane. È questo sapore d’antico della campagna toscana, sapore di terra e di prodotti ruspanti che ci ha interessato, di poesia popolare e di storie veriste; una mescolanza di temi che andrebbero proposti uno alla volta tanto vasta è la materia; ma c’è il punto di convergenza che accomuna tale varietà ed è lui, il protagonista, il divo: il maiale appunto. E divo significa divino, come la dea Maia, la più bella delle sette Pleiadi, le figlie del titano Atlante, che amata da Zeus generò Ermes. I romani le consacrarono il mese di maggio, le sacrificavano dei suini che da lei furono detti anche maiali.E del maiale c’è tutto: le razze, la macellazione, i tagli, gli insaccati, le ricette più popolari, da quelle del romano Apicio fino al Pagni di Greve, passando attraverso Franco Sacchetti e Luigi Pulci.  Ovviamente la tradizione fiorentina prevale in quasi tutte le pagine, specialmente le variazioni sul tema in poesia, quasi sempre giocosa, su cui si sono cimentati i letterati della “piccola antologia porchesca” che è una delle parti più godibili: Anton Francesco Grazzini, Domenico Somigli, Pirro Giacchi; antologia chiusa da “Canituccia”, lo struggente racconto verista di Matilde Serao. Ma Bencistà, che è un appassionato cultore delle tradizioni, ha voluto chiudere il suo lavoro con un altro gioiello della letteratura popolare: la versione integrale de “L’eccellenza et trionfo del porco”, discorso piacevole di Giulio Cesare Croce (il cantastorie bolognese conosciuto soprattutto per “Le sottilissime astuzie di Bertoldo”); un testo pochissimo stampato e quasi mai in edizioni popolari come questa. 

Il libro fu pubblicato nel 1594 a Ferrara. Si tratta di una gustosa e divertente opera, “discorso piacevole” come scrive l’autore nel sottotitolo, in prosa e versi, nella quale si imita con sottile e garbata ironia lo stile pedante e retorico degli eruditi del tempo, con le loro accademie, le disquisizioni ampollose sugli argomenti più strani e desueti che il Marino sintetizzerà nel famoso verso “è del poeta il fin la meraviglia”.

Il cantastorie bolognese utilizza al meglio la tradizione popolare della poesia giocosa e carnascialesca di area fiorentina che sicuramente aveva scavalcato l’Appennino; con questo bagaglio culturale, che spazia dai cantàri ai poemi in ottava rima, dalla novella dialettale alle storie dei canterini di piazza, il Croce, nuovo Burchiello trapiantato in area bolognese, si diverte a mettere in ridicolo con la sua satira quella erudizione che incominciava a dilagare nella letteratura e che diventerà  una delle caratteristiche principali della cultura barocca. La sua cospicua opera, divulgata nelle piazze e nei mercati in libretti e fogli volanti, che dopo un paio di secoli Alessandro D’Ancona riunirà in quella ben appropriata definizione di “letteratura muricciolaia”,  rimase circoscritta al pubblico popolare e il nostro è l’unico autore di questo genere ad occupare un posto di certo rilievo nella letteratura, anche se la sue pubblicazioni rimasero per due secoli pressoché ignorate da parte dei letterati e soltanto nella seconda metà del Novecento le più famose sono state riesumate e poi stampate in edizione critica. Oggi il suo Bertoldo, che noi conoscevamo solo nelle edizioni di letteratura infantile, figura nelle antologie scolastiche accanto ai grandi autori. Concludiamo con un accenno all’iconografia, che l’autore ha recuperato fotografando le vecchie immagini devozionali, santini d’epoca e statuette votive, che una volta erano appese in ogni stalla del contado fiorentino.

   

L’AMBULANTE SCUOLA

poesia popolare ed estemporanea in Toscana

di Alessandro Bencistà

Semper Ed. Firenze 2005 - €. 15,00

 

Questo lavoro raccoglie, opportunamente rivisti e aggiornati, i corsi d'aggiornamento sulle tradizioni popolari per insegnanti di scuola elementare e media. Gli incontri, autorizzati del Provveditorato agli Studi di Firenze, furono tenuti nei mesi di gennaio-febbraio 1997 presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in seguito di Greve in Chianti e Lamporecchio. L’argomento del primo corso fu: Il canto popolare e la poesia estemporanea in ottava rima; del secondo “I cantastorie toscani  dell’Ottocento e del Novecento”.

Alla storia del contrasto e dei poemi in versi diffusi nella nostra regione, sono stati aggiunti una breve ma essenziale documentazione antologica dalle origini della lingua volgare fino ai giorni nostri. Il tutto è completato da un ricco apparato di note, l’indice dei nomi e una  bibliografia sulla letteratura popolare toscana, comprendente anche il materiale audiovisivo come nastri magnetici, dischi in vinile e videocassette, relativo alla seconda metà del Novecento.

 
   

Abbiamo riproposto in questa nostra antologia alcune delle più celebri opere del poeta e cantastorie fiorentino Antonio Pucci, a cominciare dal giovanile sirventese sulla grande inondazione di Firenze del 1333 causata dallo straripamento dell’Arno, poi ricomposto in terzine dantesche traducendo la Cronica di Giovanni Villani. Non manca il sirventese sulle meraviglie del Mercato Vecchio, quello sulle belle donne di Firenze e il contrasto delle donne in ottava rima, fra i primi componimenti di quel genere destinati ad una grande fortuna. Completano la raccolta la canzone della vecchiezza, il capitolo morale contro i vizi e le usanze biasimevoli e i dodici sonetti sull’arte del dire in rima. Non per riscoprire, ma per riportare all’attenzione del lettore contemporaneo un autore e un’opera che ha interessato e coinvolto una larga fascia di pubblico, che ha diffuso capillarmente le sue storie ad un livello di penetrazione tale che oggi chiameremmo di massa. Siamo consapevoli che i cantastorie non esistono quasi più, che le storie di oggi si raccontano per immagini e si diffondono via etere, che la poesia (popolare o colta) è ormai un fenomeno in via d’estinzione che interessa pochi addetti ai lavori; crediamo che anche il vecchio Giosuè Carducci, se potesse riscrivere la conclusione del suo celebre sonetto dedicato a Dante, prenderebbe atto che sono morti sia Giove che l’inno del poeta. Ma noi continuiamo a preferire questi vecchi cantori, a leggere ancora le loro storie lasciando ai contemporanei i grandi fratelli, le isole dei famosi e gli emmepitre supercompressi.

   

L’ACQUA PURGATIVA di  V. Camaiti - LA VERGINE DEL LIPPI di A. Novelli - COMMEDIA FIORENTINA n. 26 Collana diretta da A.Bencistà -                                             FirenzeLibri ed. Reggello 2009  €.  4,90

L’acqua purgativa . Venturino Camaiti (Fra’ Succhiello da Firenze) nasce a Firenze nel 1862 ed è conosciuto soprattutto per la sua cospicua produzione di poesie in vernacolo fiorentino (una ventina di volumi), di cui è uno dei più prolifici e autorevoli autori; a questa, che è la parte più importante della sua attività letteraria, vanno aggiunti anche alcuni di lavori teatrali scritti fra il 1884 e il 1886 (“Tutto concilia amore” scene medievali di due atti in versi;  “Una scena a Chiatamone” dramma in un prologo e un atto; l’atto unico “Manuel Menendez”, scene spagnole in un atto con prologo, da una novella di Edmondo de Amicis).                                                                                      Più anziano di Novelli di cinque anni, comincia però a dedicarsi all’attività teatrale all’incirca nello stesso periodo (“Una sfida ai bagni” di Novelli è del 1885). Risalgono al primo decennio del Novecento anche le sue astiose polemiche col fondatore del teatro in vernacolo fiorentino. Comunque un po’ di rivalità fra i due doveva esserci, forse a causa del travolgente successo ottenuto da Novelli dopo le applauditissime rappresentazioni de “L’acqua cheta”,  seguita nello stesso anno dall’atto unico “Acqua passata”;  l’invenzione del nuovo teatro in vernacolo fiorentino ebbe una grande risonanza, non solo a Firenze; l’anno dopo Venturino uscì con  L’acqua purgativa, e il titolo dice tutto sulla competizione a colpi di vernacolo fra i due, che fece parlare il critico de La Nazione di ciclo delle acque. La commedia, che dopo il successo di Novelli ridette vigore al teatro in vernacolo, fu rappresentata nel 1909 al Teatro Alfieri di Firenze dalla Compagnia comica Toscana Raffaello Landini, diretta da  Andrea Niccòli e fu un altro grosso successo; la stampa dell’epoca non  fu avara di lodi.  Comunque, nonostante la buona accoglienza di questo atto unico “allegro, dimorto allegro” Camaiti riprese a pubblicare i suoi libri di versi e soltanto nel 1926 pubblicò Padre Zappata, la sua ultima commedia in vernacolo fiorentino. 

La vergine del Lippi, bozzetto storico in un prologo e un atto è uno dei primi lavori importanti di Augusto Novelli, e fu rappresentato per la prima volta all’Arena Nazionale di Firenze dalla compagnia del Comm. Cesare Rossi la sera del 25 settembre 1890 ed ebbe anche diverse edizioni in cartaceo e forse qualche rappresentazione abusiva se l’autore scriveva in calce alla quinta edizione: “Ristampo questo lavoro, esaurito quattro volte, ristampando anche… quanto è detto sopra [Tutti i diritti riservati] nella speranza che i Signori Filodrammatici mostrino una buona volta di essere delle persone oneste”. E aggiungeva, a difesa della veridicità del suo lavoro: “Da alcuni critici che ne dovean sapere quanto Pico della Mirandola, fu detto questo essere non un bozzetto storico, ma un parto della mia fantasia. Benché certe castronerie non meritino risposta pure pongo qui le poche righe con le quali il solo Vasari tramandò la notizia del fatto”. Che si può leggere nella edizione detta torrentiniana.                                                       Aggiungiamo che il bozzetto novelliano fu dedicato e ispirato, come altri lavori, alla tanto amata cugina Giulia che nel 1895 diventava ufficialmente sua fidanzata, facendo scoppiare “l’indignazione” della famiglia e in modo particolare delle sorelle di lei che furono testardamente avverse al matrimonio con un giovane così scapato. L’anno seguente Giulia e Augusto nonostante le avversità si unirono in  matrimonio. Nella prima edizione della Vergine (1895) c’è anche una dedica con la sigla A G. N.:“Vedersi e amarsi perché prima di nascere averci dato il cielo la impronta della creatura amata”. Alla vigilia di saperti mia ristampo per la terza volta il grido uscito dall’anima in quei giorni di tristezza…. Quando cinque anni or sono egli vide la luce, ne cancellai la dedica per paura che la gente ridesse di noi. Oggi vado orgoglioso di far sapere com’egli nacque. Voglia il cielo che questa rivelazione lo salvi dalle mani di coloro che lo trascinarono dinanzi a tutte le platee…. Composte di pigionali!… Di quanti sfoghi fu mezzana la mia povera Vergine?…E quante isteriche fanciulle, incapaci a suscitare una scintilla vivificatrice, si lasciarono carezzare dalla voce armoniosa di Lippo Lippi?… A questa turba di assetati che bevvero e continueranno a bere al nostro fonte, perdona Tu; io non lo posso.                                                                                          Firenze, Settembre 1895        Augusto Novelli 

   

LAMENTO DI CECCO DA VARLUNGO - IL MUGNAIO DI SEZZATE  ed altri scherzi in versi, di Francesco Baldovini  (a cura di Alessandro Bencistà)    SempeR ed. Firenze 2004, €.12

Questo volume contiene le opere giocose di Francesco Baldovini, prima di tutte il  Lamento di Cecco da Varlungo,  opera che più di ogni altra ha dato all’autore la fama per cui fu apprezzato dal Leopardi e da eminenti studiosi della tradizione poetica in vernacolo rusticale, come il Manni e il Fanfani. Insieme agli altri componimenti in ottave e ai sonetti abbiamo inserito il prologo de Il Mugnaio di Sezzate, gli scherzi drammatici, le canzoni e i dialoghi  rusticali; opere che non  ebbero la fortuna del Lamento e che abbiamo recuperato da rarissime pubblicazioni o antiche miscellanee; da queste siamo partiti per mettere insieme un’ampia monografia che riunisse in un solo volume almeno le composizioni di carattere giocoso, rimandando ad altra occasione il componimento drammatico pubblicato dal Moücke Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno e quelle su tematiche d’occasione o moraleggianti, quasi tutte legate alla sua funzione ministro del culto, che tuttavia ci hanno fatto conoscere un Baldovini diverso, sinceramente aderente alla sua missione di sacerdote e continuamente alla ricerca di uno spessore poetico più consistente. Pensiamo che le opere qui riunite siano sufficienti per la conoscenza del priore Baldovini; alcune, almeno in edizione popolare, non si ristampavano dall’Ottocen­to, come le ottave ai Calcianti di Santa Croce che abbiamo tratto dalla raccolta delle poesie pastorali di Giulio Ferrario o Il Mugnaio di Sezzate scherzo comico scritto per la rappresentazione scenica. Con molto ritardo, accogliamo l’invito che il bibliotecario corsiniano Luigi Maria Rezzi faceva nel 1855: “Sarebbe utile agli studii del bello scrivere toscano, che tutti questi componimenti, unendovi eziandio il Lamento di Cecco, sparsi in così molti libri, pigliasse taluno a darceli raccolti in un solo volume”. (A.B.)

   

LA VERGINE RIMA Poesie giovanili 

di Florio Londi  (a cura di Alessandro Bencistà)

SARNUS, Firenze 2007,   €. 12,50 

Questo celebra i dieci anni dalla scomparsa di Florio Londi; si tratta di un’antologia di liriche ancora inedite e scritte nei primi anni Cinquanta; due quaderni scolastici a copertina nera  dove le poesie, quasi tutte con titolo, sono ordinate secondo il metro, la maggior parte sonetti, ma anche quartine, ottave, endecasillabi sciolti.  La stesura delle liriche è quella definitiva e lascia trasparire un assiduo lavoro di lima prima della trascrizione da fogli occasionali, come era abitudine di Florio che anche la notte teneva sempre carta e penna a portata di mano, come ci riferisce la moglie Alighiera. L’habitat in cui si muove Florio Londi, fin dalle prime prove poetiche, ci riporta indietro nel tempo: romanticismo e tardo romanticismo, arcadia, classicismo… senza trascurare la lettura dei contemporanei: c’è addirittura Papini; non è sorprendente? un poeta contadino che scrive una poesia su Papini. E c’è La capra, non quella più famosa e tragica di Saba, una capra più familiare, più capra e meno ebreo perseguitato, che non conosce il dolore impietrito delle terre irredente ma i campi coltivati delle festanti colline toscane. E c’è soprattutto la natura con la sua devastante bellezza che ci sovrasta e insieme la frequentazione partecipata di quell’ambiente umano, povero di mezzi e di aspirazioni, ma ricco di sentimento e di senso pratico della vita, quel mondo popolare e contadino colto in tutte le sue manifestazioni più quotidiane, umili e spontanee: il lavoro, la miseria, l’amore, la morte; soprattutto quel senso di provvisorietà e di effimera presenza su questa terra madre, che ci aspetta paziente nel cimitero, anzi nel camposanto, una presenza  che affiora quasi assillante nei versi dell’allora ancor giovane Florio.  Non ci sono date, tranne che in un sonetto del primo quaderno, Rimini, settembre 1953 e una data, 1956, in calce ad una lirica in quartine; nel secondo soltanto un’indicazione nelle quartine dedicate alla sua maestra: vent’anni son passati. Florio, nato nel 1926, frequenta le prime tre classi elementari dal 1932 al 1935, il che ci rimanda approssimativamente al 1953-’55; l’ordine di trascrizione cronologico risulta quindi abbastanza credibile.  Il titolo, La vergine rima, è tratto da una delle ultime liriche del primo quaderno.

   

CANTI DELLA COLLINA

Ottave e rime di Benito Mastacchini

Comune di Suvereto, dicembre 2007, s.i.p.

Non soltanto scrivere e cantare, come si presenta Benito Mastacchini nelle due prime ottave della sua ultima fatica poetica; il vecchio poeta vuole comunicare, trasmettere, lasciare un suo sofferto messaggio alle genti che sono e a quelle che saranno.  Poesie d’occasione sì, per la sua gente e la sua terra, per gli amici di oggi e di ieri, anche quelli che non ci sono più, senza tralasciare un commosso omaggio alla bellezza della donna che è sempre stata fonte di ispirato incanto. Noi vogliamo soprattutto mettere in evidenza le liriche più dense di riflessioni e di pensieri rivolti al sociale, come la pace, la fratellanza, l’amicizia, valori che sono sempre stati una costante nella sua opera, dalle prime raccolte di versi a questo ultimo lavoro in cui si raccoglie una produzione di versi che copre un arco di tempo di quasi mezzo secolo. Il poeta non si ferma mai, lavora con la mente e la fantasia, con la parola e col gesto, non urla come va di moda oggi, parla piano, con la sua voce pacata, a volte appena percettibile, ma la senti viva, presente, quasi la puoi toccare nella sua fisicità. Così le parole che scrive hanno la bellezza e la forza dell’oggetto scolpito, come quelle sue figure in legno che ricava a colpi di segolo da un ciocco d’albatro o d’olivo.

 
   

TEATRO POPOLARE MINIMO

di Carlo Lapucci,

Sarnus ed. Firenze 2009, €. 14,00

  Monologhi, sproloqui, parodie, lamenti, serenate, testamenti, lettere, prediche, contrasti. Sarnus pubblica un'antologia illustrata sul teatro della tradizione orale."Diesilla, Diesilla, / tutto va in fumo e favilla: / restan Davide e Sibilla. / Quale giorno triste e duro / quando il cielo sarà scuro / e il castigo ormai sicuro. / Soneranno quattro trombe / mentre escon dalle tombe / brutte facce e brutte ombre...". È questo l'incipit di una vecchia parodia del Dies Irae, il celebre componimento liturgico del XII secolo. Questo testo popolare, assai ironico, è stato ritrovato in Mugello dallo studioso Carlo Lapucci e da lui inserito nel volume Teatro popolare minimo, una raccolta dei brani più caratteristici tra quelli recitati nelle rappresentazioni di teatro 'basso' negli ultimi secoli. Tutti i testi appartengono alla tradizione del "recitar narrando", declamati o cantati nei mercati, nelle fiere, nei raduni o nelle veglie. Lapucci passa in rassegna questi componimenti, molti dei quali tramandati oralmente e quindi presenti in varie versioni, suddividendoli nei diversi generi a cui appartengono o a cui possono essere accostati. Dalla sfera del sacro, con prediche, parodie di inni religiosi e "prefazi", si passa al profano, che comprende sia canti popolari (lamenti, serenate  e canzoni illustrate)  sia testi in prosa, come i racconti e i monologhi. La raccolta è un'antologia completa della materia, ormai ritenuta un genere a sé stante nella vasta area del folklore. E il risultato di una lunga ricerca di componimenti perduti della tradizione toscana e di altre regioni, svolta da Lapucci con grande attenzione per le contaminazioni e le metamorfosi che questi testi hanno subito e ancora subiscono col passare del tempo. Il volume, corredato di illustrazioni rappresentanti alcune messe in scena, è una selezione esauriente della teatro della tradizione orale nelle sue varie manifestazioni. Carlo Lapucci, esperto di letteratura e linguistica, scrive da oltre trent'anni. Tra le sue opere, ricordiamo Canzoniere dell'amore coniugale (1974), Il battello del sale (1991), e Parodie e copie (2000), con la quale si è aggiudicato il premio Giusti per la satira. Collabora con numerose riviste ed è stato autore di programmi per Radio2 (come Cose dell'altro mondo e I verdi giardini della memoria). Da sempre grande conoscitore della lingua e delle tradizioni toscane, è autore delle fortunatissime fiabe toscane uscite per la prima volta nel 1984 e pubblicate lo scorso anno da Sarnus in un'elegante edizione in due volumi. (G. Del Lungo)

   

RICETTE FIORENTINE DEL TRECENTO

ovvero La cucina ai tempi di Dante

di Alessandro Bencistà

Libreria Chiari ed. Firenze 2001 - €. 10,00

n questo volume sono riuniti  due frammenti, derivati da un libro di cucina trecentesco, che sono giunti fino a noi. Si tratta di due codici manoscritti conservati, uno presso la Biblioteca Ricciardiana di Firenze, l’altro all’Università di Bologna. Ambedue furono pubblicati alla fine dell’Ottocento in due libretti di nozze che i ricercatori, Salomone Morpurgo e Olindo Guerrini, offrirono rispettivamente ad Augusto Franchetti e Giosuè Carducci in occasione del matrimonio delle  loro figlie Luisa e Laura. Ampiamente studiati ed analizzati da illustri studiosi, i due frammenti non erano mai stati pubblicati in un’edizione divulgativa (l’usanza di offrire libretti di nozze ai parenti era assai diffusa in passato fra le classi colte ed agiate, ma di solito per queste edizioni non si superavano le cento copie di tiratura). Crediamo di aver colmato questa piccola lacuna offrendo al cultore odierno un piacevole libretto di arte culinaria che, se non lo aiuterà a realizzare un pranzo rispondente ai raffinati gusti dell’epoca contemporanea, lo aiuterà a gustare, come scrisse Salomone Morpurgo, “la ottima lingua di quella cucina”, che l’ignoto scrittore fiorentino ha imbandito per noi. Se questa era la cultura di un cuoco, sia pure di una nobile e ricca famiglia, non c’è da meravigliarsi del primato culturale, artistico ed economico che la città di lFirenze raggiunse in quei secoli.

   

PIA DE’ TOLOMEI, e le "Notizie sulle Maremme toscane”, di Bartolomeo SESTINI,

(a cura di A.Bencistà)

Firenze-Libri ed. Reggello 2005,  €. 13,00

 Con questo titolo gli editori Ferdinando e Gaetano fratelli Chiari, mandarono alle stampe una delle più belle ed amate leggende del Medio Evo toscano. L’autore è il pistoiese Bartolomeo Sestini, poeta e patriota vissuto a cavallo dei secoli XVIII e XIX, durante l’avventura napoleonica e scomparso giovanissimo a Parigi, dove si era rifugiato esule, nel 1822. La sua “leggenda romantica” in ottave ebbe fin dalla prima edizione una diffusione straordinaria, non solo in Toscana. In pochi anni la storia della Pia venne “ovunque divulgata in parecchie edizioni e raccolte di poesie, facili ad essere acquistate da tutti per la tenuità del prezzo”. Mancava tuttavia un’edizione pregiata e curata con arte, finché gli editori fiorentini accogliendo “le magnanime ed efficaci sollecitudini di un PRINCIPE” non provvidero a stampare la bellissima e pregiata edizione del 1846, accresciuta di una “notizia sulle maremme toscane” e una carta geometrica, che Pietro Thouar aggiunse facendo tesoro delle ricerche storiche e geografiche di Emanuele Repetti. L’apparato iconografico fu ancora abbellito con otto grandi incisioni in stile romantico eseguite dal francese Lemercier; le illustrazioni furono in seguito imitatissime, in particolare quella in cui l’artista raffigura Nello che ritrova la Pia già mezza sepolta, ripresa anche nell’edizione Nerbini del 1931 da Tancredi Scarpelli che disegnò la coperta e le scene del fortunato romanzo di Diana da Lodi. La presente edizione nella collana “il muricciòlo” ripropone il testo dell’edizione Chiari ricomposto con tutte le incisioni originali, l’introduzione con la biografia del Sestini corredata da una testimonianza di Pirro Giacchi e l’apparato di note esplicative. LA PIA LEGGENDA ROMANTICA DI B.SESTINI INTRODUZIONE di Alessandro Bencistà Riproponiamo nella nostra collana uno dei testi più amati della letteratura popolare (da Alessandro D’Ancona in poi “muricciolaia”) del primo Ottocento. Si tratta della prima leggenda in ottave, altre ne seguiranno, della Pia de’Tolomei, la sventurata fanciulla senese resa immortale dagli ultimi versi del V canto del Purgatorio dantesco. L’autore è il pistoiese Bartolomeo Sestini, poeta e patriota, di cui illustriamo la breve vita. La rarissima edizione fiorentina del Chiari fu fatta stampare a spese del Granduca Leopoldo II, che incaricò Pietro Thouar di redigere anche un saggio sulle maremme toscane (Notizia sulle maremme toscane) che precede la leggenda della Pia; detto saggio si giova in gran parte delle ricerche che Emanuele Repetti dal 1830 stava conducendo per il suo Dizionario la cui edizione definitiva uscì nel 1846. Da molto tempo questa bella e rara edizione è pressoché introvabile, pur essendo ricercata da molti cultori, specialmente in Maremma, dove è ancora vivo il ricordo della leggenda e i poeti popolari cantano vecchie e nuove ottave sulla struggente storia. Dell’edizione fiorentina del 1846 riproduciamo integralmente le belle incisioni, abbiamo poi aggiunto un apparato di note esplicative sul testo, una testimonianza di Pirro Giacchi circa un gustoso episodio del periodo fiorentino di Sestini, la scheda che segue sull’autore e una bibliografia essenziale.

 
 

 

 

DELLE ERBE E DELLA MAGIA, Cure e rimedi nel sapere popolare,    di Maurilio Boni, Daniele Lamioni,  con Introduzione di Tullio Seppilli e una appendice di Fabio Dei, Nicoletta Basili, Chiara Romano, Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana, Gruppo Tradizioni Popolari “Galli Silvestro”, con il contributo della Regione Toscana Progetto Porto Franco, C&PAdver, Grosseto 2008,  €. 15.

 La ricerca costituisce un aggiornamento del lavoro svolto a suo tempo da Maurilio Boni, e mette in evidenza alcuni interessanti aspetti di quella che ancor oggi, nella post-modernità, persiste come pratica curativa tradizionale, alternativa alla medicina ufficiale. Di essi mi preme, ora, sottolinearne uno, quello che risponde alla domanda «qual è la differenza di fondo fra la bio-medicina e le pratiche di cura tradizionali, il cui riferimento binario è indirizzato verso l’uso di vegetali da una parte, e dall’altra verso una sorta di fede, di fiducia nelle capacità del curatore, che discende, però, da una altrettanto forte fede religiosa?». Al di là delle conoscenze erboristiche popolari, e della relazione con la fede in dio (elemento, secondo me, essenzialmente rassicurante), la differenza fondamentale, una delle differenze, è certamente la possibilità, per chi si rivolge al curatore tradizionale, di esprimere in termini inesprimibili in ambito di biomedicina, del proprio malessere, di un disagio, dell’incertezza dell’esistenza umana, tutte questioni alle quali non solo la medicina ufficiale non sa dare una risposta, ma che non sa neppure ascoltare. Esprimere un dolore dell’anima, non si può farlo con il medico di medicina generale, o ospedaliero, ma si può farlo con il guaritore. Si rileva così un mutamento, intervenuto nell’arco di alcuni decenni, quello di considerare medicina ufficiale e tradizionale come alternative prima, complementari oggi. Mentre un tempo, come rilevato da Maurilio Boni, in caso di “malattia” (uso questo termine nel senso più generico, senza distinguere fra malattia nel senso di disease o di illness) prima ci si rivolgeva al familiare che aveva qualche conoscenza di erboristeria, poi al curatore del podere più vicino, o del villaggio, e solo in ultima analisi al medico, oggi i due indirizzi non sono più alternativi: si va dal medico, dal quale si cerca di tenere sotto controllo il diabete, o l’ipertensione, e si va dal curatore, al quale ci si esprime in termini differenti, il quale sappiamo che non può curare né il diabete, né una cardiopatia, ma al quale si chiede una rassicurazione riguardo all’esistenza umana. Delle erbe e della magia è un libro che invita a riflettere sul senso dei nostri gesti e di ciò in cui, più o meno consapevolmente, crediamo. (Paolo Nardini)

 
 

 

IL POETA DI SCANDICCI Vita in versi e contrasti in ottava rima di Altamante Logli  (a cura di Alessandro Bencistà)   LIBRERIA CHIARI ed. Firenze 2000

Questo volume riunisce una parte significativa della produzione in ottava rima di Altamante Logli, poeta estemporaneo toscano attivo da oltre sessanta anni e fra gli ultimi  rappresentanti di una cultura dell’oralità che da circa un secolo viene periodicamente data come scomparsa.  Dalla piazza ai teatri, dai circoli ricreativi all’Università, il canto di improvvisazione riesce a raccogliere ancora l’interesse del pubblico e degli studiosi, ne sono esempio le testimonianze di serate registrate con il magnetofono e fedelmente riprodotte su queste pagine. Una poesia semplice e immediata, che viene recepita subito dalla massa degli ascoltatori, senza mediazioni né complesse architetture interpretative. Il vecchio poeta canta e racconta, sempre pronto e disponibile dove ci sia una festa, una ricorrenza, un’occasione d’incontro. Pur consapevole che la poesia estemporanea perde gran parte del suo fascino e del suo valore quando viene trascritta, con questo volume Altamante, ha sentito il dovere di lasciare un ricordo ai parenti, agli amici, alle persone che lo hanno seguito nelle sue variegate interpretazioni. Il poeta di Scandicci è scomparso nel luglio del 2007.  

   
I POETI DEL MERCATO Raccolta di contrasti in ottava rima dei poeti estemporanei Gino Ceccherini e Elio Piccardi (a cura di Alessandro Bencistà) Studium editrice, Radda in Chianti 1990

Gino Ceccherini e Elio Piccardi sono stati fra i più autorevoli e famosi bernescanti attivi nella provincia di Firenze fra la fine del secondo conflitto mondiale e gli inizi degli anni Settanta. Questo volume ne ricostruisce la storia presentando una ricca e completa antologia sulla loro produzione poetica estemporanea. Quelle composizioni in ottava rima, a causa della loro attività di venditori ambulanti, sono fra le poche rimaste incise su dischi microsolco a 45 giri, senza alcun dubbio la più ricca e completa documentazione sonora che oggi resta della produzione poetica estemporanea  legata alla tradizione ambulante, quelle "ambulanti scuole" di cui parlava in una celebre ottava Vittorino Poggi da Comeana nel lontano 1929. Ceccherini e Piccardi sono stati fra i primi ad usare gli apparecchi di registrazione magnetica a pile nei mercati e durante alcune delle loro serate estemporanee, le registrazioni in studio non differiscono molto dalle esibizioni nei mercati e nelle fiere e conservano intatto il carattere immediato e genuino dell'improvvisazione in piazza o nelle case del popolo.  Il libro  è completato anche da un essenziale glossario della lingua vernacola usata dai due poeti e dalla trascrizione di alcuni dei più diffusi fogli volanti che venivano distribuiti al pubblico durante la loro attività. Tutto il materiale di registrazione recuperato grazie agli eredi e al produttore discografico è oggi stato digitalizzato ed è conservato negli archivi a disposizione degli studiosi della cultura orale.

   

Alessandro Bencistà

NUOVO VOCABOLARIO DEL VERNACOLO FIORENTINO

 Terza edizione rinnovata e accresciuta e rilegata in tela

FirenzeLibri  2009    €. 39,00. 

(ai soci del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane  €. 20,00)

 Questa ultima edizione esce in formato lusso, rilegata in tela ed iscrizioni oro ma con una nuova grafica ed accresciuta di circa cinquecento voci, la maggior parte estratte da testi vernacolari di recente composizione, oltre ad altri testi antichi e moderni non consultati nei precedenti lavori. Una parte delle voci nuove è stata estratta dal lessico contemporaneo, soprattutto giovanile; altri apporti ci vengono continuamente suggeriti da amici e colleghi che hanno conosciuto ed apprezzato le due edizioni di questo lavoro. Certamente fra le tante parole vernacole presenti nella parlata fiorentina, ne avremo dimenticato qualcuna; provvederemo, nel frattempo ci scusiamo ricorrendo alla lapidaria frase che il Tommaseo usa nella sua prefazione al Dizionario dei Sinonimi: “Chi vuole imbandigione più lauta, apparecchi da sé”.  Fra le fonti utilizzate nel nostro vocabolario continuiamo a preferire i testi delle nuove commedie in vernacolo fiorentino contemporaneo,  settore che mostra ancora una vitalità eccezionale, ben lontana dall’esaurimento dell’ispirazione. Del resto il teatro vernacolare già lo abbiamo indicato come  una delle fonti più cospicue della nostra indagine, da Novelli a Càglieri, passando attraverso Paolieri, Vitali, Carbocci, spingendoci poi fino ai contemporanei, come il quasi classico Vinicio Gioli e ai più giovani drammaturghi come Ugo Chiti e Alberto Severi.  Nell’epoca della globalizzazione imperante (senza per questo rinunciare alla conoscenza dei nuovi linguaggi mediatici come l’uso dei segni e delle abbreviazioni negli SMS scambiati con i telefonini) noi continuiamo ancora a frequentare le botteghe tradizionali, i mercati ambulanti, i poeti in ottava rima, il teatro dilettante della periferie, imparando sempre qualcosa di nuovo. Insegnando anche, quando ci capita l’occasione (cioè sempre), la parlata dei nostri avi, specialmente nella scuola, dove i giovani conoscono le più moderne espressioni dei vari social network come you tube e face book, ma ignorano cosa siano il bacìo e il roventino, non parliamo poi della martinicca e dell’abburatto. Giovanni Pascoli si era già accorto all’inizio del secolo scorso di questa mutazione, quando scriveva nell’introduzione ad una sua antologia per le scuole secondarie inferiori: “E intanto la scuola, se anche non vuole insegnare quelle parole proprie e miracolose, non s’ingegni almeno di farle dimenticare”.

   

I BERNESCANTI Il contrasto in ottava rima e le tematiche attuale

a cura di ALESSANDRO BENCISTA'

ED.POLISTAMPA FIRENZE 1994,  €. 17,50

 

Questo libro raccoglie la produzione poetica estempoarnea dalla fine degli anni Settanta ad oggi. La ricerca si estende ad un'area della Toscana dove è ancora vivo il canto di improvvisazione, dalla provincia di Arezzo a quella di Pisa, da quella di Pistoia alla Maremma grossetana. I contrasti sono stati tutti ripresi dal vivo e registrati con l'aiuto dei moderni sistemi audiovisivi. Accanto ai temi tradizionale (giovanotto e ammogliato, democristiano e comunista) i poeti inseriscono argomenti di scottante attualità (Craxi e Di Pietro, Magistratura e tangentopoli, Berlusconi e la RAI) senza tralasciare quelli di attenta e raffinata riflessione (zappa e computer, cacciatore e ambientalista, Maremma agricola e Maremma turistica). In appendice sono riportate le più importanti manifestazioni estemporanee, un piccolo glossario delle voci popolaresche e le biografie dei più noti poeti bernescanti, quasi tutti in attività.

   

IL CAPPELLO DI ALTAMANTE

Pubblicazione del Comune di Scandicci a cura di Paolo de Simonis; interventi di Alessandro Bencistà (Presidente del Centro Sudi Tradizioni Popolari Toscane), Pietro Clemente (Università degli Studi di Firenze), Stefano Arrighetti (Istituto "E. De Martino"), Gianni Ciolli (improvvisatore), Paolo De Simonis (Università degli Studi di Firenze),.Fabrizio Franceschini (Università di Pisa), Antonio Melis (Università degli Studi di Siena), Claudio Rosati (Regione Toscana), Enrico Rustici (improvvisatore), Andrea Fantacci e Monica Tozzi (curatori del libro Altamante, una vita all'improvviso).